Carl Hiaasen, che peccato!

Compleanno di Carl Hiaasen, nato il 12 marzo! Immagino sguardi interrogativi: pare che siano pochini quelli che lo conoscono, ed è un vero peccato! Così come è un vero peccato che non tutti i suoi libri siano stati tradotti in itaiano, e un altro peccato è che gran parte dei libri tradotti non sia più reperibile, e un altro, grande, peccato è che lui è in primo luogo un giornalista che scrive pochi romanzi e solo quando ne ha voglia.

Peccato perché, per quel che mi riguarda, dal primo suo libro che letto, “Cane sciolto” non ho potuto fare a mano di metterlo su un piedistallo. Ok, magari un piedistallo non tanto alto ma sempre un piedistallo. Uno stile coinvolgente ma del tutto particolare: i romanzi che mi sono piaciuti di più sono gialli e thriller mozzafiato  carichi di suspence fino alla fine, storie anche molto dark e cruente, raccontate però con una leggerezza e un senso dell’umorismo che fa passare in secondo piano morti, efferatezze, splatter vari (basti pensare alla registrazione delle ultime parole del killer in “Cane sciolto“… impossibile non ridere di fronte all’agonia del quidam – e se non riuscite a pensarci, andatevi a comprare il lbro, mi ringrazierete!).

Un’ultima cosa: dopo aver letto “Cane sciolto” io mi procurai anche tutti gli altri suoi libri pubblicati in italiano, tra cui uno, Hoot”, che si rivelò completamente diverso, per storia e ambientazione, dagli altri. Venni così a scoprire che il nostro scriveva (e scrive, spero) anche libri per ragazzi, con la stessa maestria con cui racconta storie noir e thriller, e questa è una cosa che mi meravigliò, ma in senso positivo: “Hoot” mi è piaciuto un sacco nonostante io l’abbia letto quando ormai la mia barba stava diventando bianca…

Voglio lasciare, per chi ha voglia -e pazienza, visto che il pezzo è lunghetto, un brano di Carl Hiaasen tratto da “Crocodile Rock“, in cui ironizza sul proprio lavoro di giornalista:

Il mio preferito tra tutti i necrologi che mi sono passati davanti è quello intitolato:

SIR SEEWOOSAGUR RAMGOOLAM
DELLE ISOLE MAURITIUS È MORTO ALL’ETÀ DI 85 ANNI.

Non era in un libro comico, ma nel New York Times. Non più di trenta persone in tutta Manhattan potevano aver sentito parlare di Sir Seewoosagur Ramgoolam, ma è questo che rende splendido il tono naturale di quel titolo – l’implicita affermazione che anche chi non è delle Mauritius deve sapere chi è.

I necrologi spesso hanno un titolo con elementi che aiutano (anche se in maniera ridondante) a inquadrare la persona – come: Joe Dimaggio, star del baseball, è morto a 84 anni – ma qui non viene svelato niente riguardo alla precedente occupazione o ai successi del compianto patriarca delle Mauritius. Forse chi scriveva ha dovuto fare i conti con la mancanza di spazio, dovuta alla lunghezza fenomenale del nome del defunto, anche se io preferisco pensare che quell’asciuttezza fosse intenzionale. Sir Seewoosagur non è più tra noi. E tanto basta.

Non scriverò io il titolo del necrologio perché, contrariamente a quello che pensano i lettori, non sono i giornalisti a scrivere i titoli dei loro articoli. Lo fanno i redattori. Una volta il redattore della pagina della Morte era malato ed Emma si è trovata con quel lavoro da sbrigare. Era l’11 settembre 1998 e questo è quello che ha scritto sopra uno dei miei necrologi:

KEITH MURTAGH, INVENTORE DEL “FRENCH TOAST”
È MORTO A 96 ANNI DOPO UNA BREVE MALATTIA

Lui si chiamava in realtà Kenneth Murtaugh, non aveva niente a che vedere con la ricetta del french toast, ma aveva semplicemente inventato un apparecchio per fare i toast e si era schiantato con la sua Coupe DeVille contro una palma del Perdido Boulevard a sessantanove anni. Che fosse effettivamente morto è l’unica cosa che Emma è riuscita a non sbagliare. Ma sono stato io a ricevere le lettere infuriate dalla famiglia del morto, perché sotto a quel titolo balordo c’era il mio nome. Da Emma ho ricevuto qualche settimana dopo un biglietto di scuse, in cui sbagliava di nuovo il nome di Murtaugh. Dio, se solo fosse stato per dispetto e non per pura incompetenza …

Percorrendo la Pelican Causeway, passo in rassegna i titoli possibili per Jimmy Stoma.

JAMES STOMARTI, ROCK STAR, 
MORTO A 39 ANNI IN UN INCIDENTE

O ancora meglio:

LA ROCK STAR JIMMY STOMA MUORE ALLE BAHAMAS

Questo se l’articolo resta nella pagina dei necrologi, dove i titoli sono abitualmente sobri e contenuti. Tutt’altra cosa se il caposervizio infila Stoma nella cronaca o in prima pagina, nel qual caso sarei disposto a dare un testicolo pur di vedere il nome Slut Puppy in corpo 40, come ad esempio in:

IL ROCKER JIMMY STOMA, EX SLUT PUPPY,
SCOMPARSO A 39 ANNI IN UN INCIDENTE ALLE BAHAMAS

Questo sì è un titolo che aiuta a vendere! Ci sono gli ingredienti irresistibili di glamour (rocker), notorietà (gli scandalosi Slut Puppies), età (trentanove anni) e tragedia (scomparire, un verbo prezioso: implica una vita spezzata troppo presto), il tutto su un fondale di esotismo tropicale …

Spiacevole ma vero: è la Morte che mi dà da vivere. Una volta ero un giornalista serio che faceva quello che passava per giornalismo serio. Adesso scrivo solo di morti – vado a letto ogni sera pensando a quelli che ho sepolto per l’edizione del giorno dopo, e mi sveglio ogni mattina pensando a chi sarà il prossimo. Ho una curiosità strettamente e professionalmente morbosa. Programmo senza vergogna una rinascita giornalistica che derivi dall’abbinamento tra la mia firma e qualche morte famosa. Passo le giornate cercando di schivare i defunti rabbini Levine, nella speranza che qualcuno più famoso decida di crepare in tempo per la composizione della prima pagina.

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Flann O’Brien, l’uomo del terzo poliziotto

Devo confessare che io quando lessi “Il terzo poliziotto” di Flann O’Brien (pseudonimo di Brian O’Nolan), nato il 5 ottobre del 1911, non avevo idea di cosa ci fosse dentro, semplicemente era un periodo in cui leggevo tutti gli autori irlandesi che mi capitavano fra le mani. Alle prime pagine, mi era sembrato di ritrovare un po’ Wodehouse, per lo stile bonario e leggero, e un po’ anche lo Steinbeck di “Pian de la Tortilla”, per l’ambientazione, ma quando poi incontrai le teorie di De Selby e il fenomeno per cui, pedalando per le strade sconnesse d’Irlanda, avviene uno scambio di atomi tra l’uomo e la bicicletta di modo che si creano delle creature metà umane e metà velocipedi, capii di aver trovato pane per i miei denti.

Perché grazie appunto a uno stile narrativo tranquillo e all’apparenza inoffensivo, l’autore prende per mano il lettore e lo porta pianin pianello in una ragnatela surreale e metafisica dove l’unica maniera per venirne fuori è ridere. Con O’Brien si ride, e tanto, ma non è mai un riso gratuito, è piuttosto una condizione di complicità col mondo creato da questo straordinario scrittore a cui però non posso perdonare il fatto di aver scritto troppo poco e di essersi occupato soprattutto di giornalismo, con articoli di satira più che di umorismo che, intendiamoci, sono anche questi spassosi e meritevoli di lettura, ma i romanzi sono un’altra cosa, sono dei fuochi d’artificio dove si ride e si pensa allo stesso tempo, sono merce rara, per me dei classici dove però di classico non c’è niente.

Per quelli di voi che non lo conoscono, vi voglio tentare con un gioiellino, l’inizio dello sfolgorante “Una pinta di inchiostro irlandese” (un libro che tutti gli scrittori o aspiranti dovrebbero leggere) dove l’Autore si accinge ad iniziare la stesura di un romanzo:

“…
Mi misi in bocca la quantità di pane che bastava per tre minuti di masticazione, poi ritrassi le mie facoltà di percezione sensoriale e mi ritirai nell’intimità della mia mente, mentre i miei occhi e il mio viso assumevano un’espressione vuota e preoccupata. Tema della riflessione: le mie attività letterarie, a cui dedicavo le ore libere. L’idea che un libro dovesse avere un solo inizio e una sola fine, non mi convinceva. Un buon libro poteva avere tre inizi completamente diversi, collegati tra di loro soltanto nella prescienza dell’autore, e finire, se necessario, in trecento maniere diverse.

Esempio di tre inizi indipendenti. Il primo: Il Cacodemone MacPhellimey, membro della classe dei diavoli, si trovava nella sua capanna, nel folto di un bosco di abeti, occupato a riflettere sulla natura dei numeri e a separare mentalmente quelli dispari da quelli pari. Era seduto davanti al suo dittico o antica tavoletta doppia per scrivere, con cerniera, internamente ricoperta di cera. Le sue dita ruvide, dalle lunghe unghie, giocavano con una tabacchiera perfettamente sferica; da un interstizio tra i suoi denti, egli fischiava un’elegante cavatina. Era un uomo molto educato, e stimato per la generosità con cui trattava sua moglie, una Corrigan di Carlow.

Secondo inizio: Non c’era nulla di insolito nell’aspetto di Mr John Furriskey, ma in realtà egli possedeva un tratto distintivo piuttosto eccezionale: era nato all’età di venticinque anni ed era arrivato al mondo provvisto di una memoria ma di nessuna esperienza personale che la giustificasse. I suoi denti erano ben fatti ma sporchi di tabacco, con due molari impiombati e la minaccia di una carie nel canino sinistro. La sua conoscenza della fisica era moderata: arrivava fino alla Legge di Boyle-Mariotte e al Parallelogrammo delle Forze.

Terzo inizio: Finn MacCool era un eroe leggendario della antica Irlanda. Benché mentalmente poco robusto, egli era un uomo fisicamente superbo. Ciascuna delle sue cosce era grossa come il ventre di un cavallo, e finiva in un polpaccio grosso come il ventre di un puledro. Tre cinquantine di ragazzi potevano giocare a palla contro l’immensità della sua schiena, larga abbastanza da fermare un’oste di uomini in una gola di montagna.

Un pezzo del crostino che mangiavo mi fece male a un dente, in un angolo della bocca. Questo mi richiamò alla percezione del mondo esterno.

È un vero peccato, disse mio zio, che tu non prenda più sul serio i tuoi studi. Dio soltanto sa come ha dovuto lavorare tuo padre per guadagnare i soldi che gli costa la tua carriera. Dimmi la verità, ti capita mai di aprire un libro?

Osservai con astio mio zio, il quale trafisse con i rebbi della forchetta una fetta di pancetta fritta sopra un crostino e resse in aria questo insieme, davanti alla bocca aperta, in segno di prolungata interrogazione.

Descrizione di mio zio: Faccia rossa, occhi come perline, pancia a pallone. Spalle grassocce con lunghe braccia pendule, tali da rendere la sua andatura piuttosto scimmiesca. Grossi baffi. Titolare di un impiego di grado terzo alla Guinness.

Mi capita, risposi.

Si introdusse la punta della forchetta nell’interno della bocca, poi la ritirò e si mise a masticare grossolanamente.

Qualità della pancetta consumata in casa: Inferiore, da uno scellino e due pence la libbra.

Io personalmente, disse lui, non ti ho mai visto aprire un libro. Non ti vedo mai studiare.

Lavoro nella mia camera, risposi.

…”



E per chi ha avuto la pazienza di leggere fino a questo punto, un piccolo premio, una delle più famose considerazioni filosofiche del professor De Selby:

“Giacché l’esistenza umana è un’allucinazione che contiene in sé la secondaria allucinazione del giorno e della notte (quest’ultima un’insalubre condizione dell’atmosfera dovuta ad accumulazioni di aria nera), all’uomo di senno non si addice preoccuparsi dell’illusorio approssimarsi di quella suprema allucinazione che è conosciuta col nome di morte”.

E allora, vi è venuta voglia di conoscere il buon Flann O’Brien?






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92 anni di Tom Robbins

TRQuando Tom Robbins, nato in North Carolina il 22 luglio 1932, incominciò ad interessarsi di letteratura, probabilmente si immaginava una carriera diversa. Dopo la scuola superiore, si iscrisse prima all’Accademia Militare di Hargrave e poi alla Washington and Lee University per specializzarsi in giornalismo. Nel 1953 si arruolò nell’aeronautica militare, prese parte alla guerra di Corea e alla fine di questa continuò il servizio militare in Nebraska. Lasciata la divisa incominciò a lavorare come giornalista e critico d’arte.

Una vita borghese, senza alti né bassi, che cambiò nel 1967 quando scrisse una recensione memorabile di un concerto dei Doors ed entrò in contatto col mondo della controcultura psichedelica. Al suo editore che gli aveva commissionato un libro sulla storia dell’arte del Northwest, rispose che no, lui voleva scrivere il suo primo romanzo, che fu Uno zoo lungo la strada, che lui stesso poi definì “un intrattenimento apocalittico, una suspense metafisica”. Poco tempo dopo, visto che i Doors non bastavano, divenne amico di Timothy Leary, psicologo e e sostenitore dell’uso dell’LSD, che gli trasmise l’interesse per quello che all’epoca si chiamava “espandere i limiti della coscienza”, e lo stesso Robbins ha riconosciuto che le sue esperienze con le droghe psichedeliche hanno influenzato sia il proprio stile di scrittura che la sua visione del mondo.

I critici (quelli bravi o sedicenti tali) definiscono Tom Robbins come un eccentrico “postmoderno” (termine che io non ho mai digerito, non ho mai capito bene cosa voglia dire) e chiamano i suoi romanzi “seriocommedie” o “commedie drammatiche”, però io credo che sia impossibile, oltre che inutile, cercare inquadrare i romanzi di questo autore in un qualche modo: il suo stile è unico, un mix di umorismo, filosofia, surrealismo, con l’accento sulla libertà individuale e la ribellione contro le convenzioni sociali. A questo aggiungiamo una fantasia senza limiti, personaggi incredibili, una grossa dose di autoironia e di allegria, mischiamo il tutto e abbiamo lo stile di Robbins che in una intervista si raccontò in questo modo: “Io discendo da una lunga stirpe di predicatori e poliziotti. Ora, è risaputo che i poliziotti sono bugiardi congeniti, e gli evangelisti passano la vita raccontando storie fantastiche in modo tale da convincere persone altrimenti razionali che queste storie sono vere. Quindi, immagino che le mie inclinazioni narrative arrivino in modo naturale”.

Non è uno scrittore prolifico, Tom Robbins, finora ci ha lasciato una decina di romanzi, tra cui voglio ricordare Natura morta con picchio, Profumo di Jitterbug, Il nuovo sesso: cowgirl, Beati come rane su una foglia di ninfea, Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi e qualche saggio, tra cui Il fungo magico, in cui l’autore parla dell’amanita muscaria e la identifica nel fungo mangiato da Alice.

Però ha fatto, e fa, tante altre cose, tra le quai vorrei menzionare la dirigenza del Greater Seattle Bureau of Fearless Ideas, “un centro di scrittura e tutoraggio senza scopo di lucro dedicato ad aiutare i giovani, dai 6 ai 18 anni, a migliorare le loro capacità di scrittura creativa ed espositiva, e ad aiutare gli insegnanti a invogliare i loro alunni a scrivere”. Mica male nell’era di Internet!

Vi lascio con la trascrizione del prologo di Natura morta con picchio (che poi è il romanzo che ho amato e amo di più di Robbins).

cop_natura_mortaPROLOGO

Se non ci riesce questa macchina da scrivere, allora vaffanculo, non si può fare.

Questa è la Remington SL3, la risposta alla domanda: “Cos’è più difficile, leggere I fratelli Karamazov ascoltando Stevie Wonder o cercare uova di Pasqua sulla tastiera d’una macchina da scrivere?”

Questa è il classico cacio sui maccheroni. La fragolina sulla panna montata. Il settebello.

Lo sento che il romanzo dei miei sogni se ne sta qui dentro la SL3 – anche se scrive molto più in fretta di quanto io sappia sillabare.

E pazienza se la settimana scorsa il mio dito dattilografo è stato pizzicato da un granchio di terra gigante. Questa pupattola parla Shakespeare elettrico alla benché minima provocazione, ti sbatte fuori una cartella e mezzo solo a guardarla.

“Cos’è che cerca in una macchina da scrivere?” mi domandò il venditore.

“Qualcosa di più delle parole” replicai “Cristalli. Voglio mandare ai miei lettori bracciate di cristalli, alcuni color delle orchidee e delle peonie, altri che captano i segnali radio d’una città segreta metà Parigi metà Coney Island.” Mi consigliò la SL3.

La mia vecchia macchina da scrivere si chiamava Olivetti. Conosco uno straordinario giocoliere di nome Olivetti. Nessuna parentela. Anche se esiste un’analogia tra l’arte del giocoliere e lo scrivere a macchina. Un trucco, insomma: se ti si spande qualcosa, fallo sembrare parte dello spettacolo.

Ho nella credenza, chiusa a doppia mandata, l’ultima bottiglia di Anais Nin (etichetta verde) che sia stata contrabbandata da Punta del Visionario prima della sommossa. Stasera stappo. Ne inietterò dieci c.c. in un lime maturo, all’indigena. Ci succhierò. E poi via… Se non ci riesce questa macchina da scrivere, parola mia non si può fare.

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Ciao Fernanda!

Festival_internazionale_dei_poeti_Castelporziano_1979_Allen_Ginsberg_e_Fernanda_PivanoQuesta storia delle ricorrenze mi sta prendendo…

Il 18 luglio 1917 nasceva Fernanda Pivano, per me un personaggio grandioso che voglio ricordare non tanto come scrittrice (confesso di non aver mai letto i suoi romanzi, i saggi invece sì, per noi negli anni ’70 erano quasi dei vangeli) ma come traduttrice e divulgatrice in Italia degli autori della beat generation quando in Italia parole come beat, beatink, si riferivano solo alla moda dei capelli lunghi e a qualche gruppo musicale.

A dir la verità, lei aveva cominciato traducendo classici americani come Antologia di Spoon River, Foglie d’erba, Addio alle armi (per quest’ultimo finirà anche in galera in quanto libro “sgradito” al regime) grazie anche al rapporto con Cesare Pavese, e dopo la guerra aveva tradotto un sacco di altra roba importante, però fu la scoperta della  beat generation a cambiare la sua vita (e anche la nostra). Perchè Fernanda non solo traduceva ma anche frequentava personaggi come Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso e tanti altri, lei li intervistava, se li portava in Italia, organizzava incontri e dibattiti, e in questo modo ha messo in piedi un movimento letterario che ha portato un’aria di libertà, di innovazione, di rinnovamento spirituale nell’ambiente ingessato e tradizionalista della cultura italiana dell’epoca.

Io avevo 15 anni quando mi son comprato Jukebox all’idrogeno e l’intera concezione della poesia che cercavano di insegnarmi a scuola venne rovesciata, le strofe che leggevo mi aprivano nuove dimensioni, nuove idee, nuove sensibilità, insomma spalancavano nella mia zucca finestre che fino ad allora erano state chiuse.  E, con  Ginsberg, Kerouac: io e i miei amici leggevamo assieme, affascinati, libri come On the road e I sotterranei, che ci facevano incazzare e sognare nello stesso tempo.  E leggevamo anche i saggi della Pivano: L’altra America negli anni Sessanta oppure Beat hippie yippie per noi erano dei must, li commentavamo, li studiavamo, discutevamo di quel mondo che era alla base della cultura beat, un mondo di rottura con gli schemi del passato, fatto di libertà, anticonformismo, ricerca spirituale, che trovava nell’underground e nella controcultura la sua linfa. Non credo di esagerare se dico che tanti di noi sono cresciuti con ideali di pace, di libertà, possibilità di un mondo alternativo grazie a Fernanda Pivano e al suo lavoro.

Qualche anno fa, ho provato a riprendere in mano On the road, e non mi ha dato le stesse emozioni di un tempo. Mi sono detto che il mondo è cambiato, che certe cose adesso sono datate, che i valori sono altri, ma una vocina dentro mi sussurrava: “Non sono i valori ad essere cambiati, sei tu che sei invecchiato.” E forse quella vocina ha ragione, e so che in fondo in fondo, magari in modo diverso, io in quei valori mi ci ritrovo ancora. Ciao Fernanda, e grazie.

(nella foto Fernanda Pivano assieme ad Allen Ginsberg al Festival dei Poeti del 1979 a Castelporziano, voluto dal mitico Nicolini, ma quel festival meriterebbe un post a parte… )

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Ciao Wolinski!

Salon_du_livre_de_Paris_2011_-_Georges_Wolinski_-_007E… niente! Quando è giornata, è giornata!  Ho ricordato la nascita di Dard il 29 giugno del 1921 e mi son dimenticato che sempre il 29 giugno, a Tunisi, nel 1934, nasceva un altro dei miei grandi, Georges Wolinski, anche lui francese, anche lui grande umorista (non scrittore, vignettista satirico soprattutto) e ricordare uno e tralasciare l’altro mi sembrava una carognata.

Wolinski è stato per me un maestro e un compagno di strada. La sua cattiveria, il suo modo di interpretare la società e i fatti della vita, il suo farsi beffe di qualsiasi ideologia e di qualsiasi fede, la sua ferocia satirica che toglieva la pelle a strisce e ci buttava sopra il sale, il disprezzo per i pregiudizi, le ipocrisie e le intolleranze di ogni genere, lo portarono ad incarnare alla perfezione quello che Bierce definiva il Cinico (con la ‘C’ maiuscola): “un mascalzone che per per un difetto alla vista vede le cose come sono e non come dovrebbero essere“.

Però quella cattiveria, quel cinismo, quel disprezzo non erano mai gratuiti. Wolinski faceva la sua parte, era schierato, e schierato dalla parte giusta. Per questo morì a Parigi nel 2015, ammazzato assieme ad altri suoi compagni da un estremismo religioso e bigotto che non può sopportare né la critica né la verità e tantomeno la presa per i fondelli che, peraltro, non riesce nemmeno a capire (e… tanto per essere chiari: no, gli estremismi religiosi e bigotti non sono solo islamici).

Una volta io scrissi “Mostratemi le cose di cui un uomo non riesce a ridere e io vi mostrerò le sue catene”, e penso ora a Wolinski e ai suoi amici di Charlie Hebdo come a degli uomini veramente liberi, che hanno pagato con la vita la loro libertà.

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Buon compleanno commissario Sanantonio!

2024-06-29 08_50_41-commissario sanantonio lungo largo - Cerca con GoogleE vabbe’, questo lo scrivo io perchè ho paura che se non ne scrivo io non ne scrive nessun altro… Il 29 giugno 1921 in Francia, a  Jallieu, nasceva Charles Antonie Fredéric Dard, un romanziere che scrisse più di 300 libri ma che io ricordo e onoro  soprattutto come il padre del commissario Sanantonio.

Le inchieste del commissario Sanantonio non si possono descrivere, qualsiasi definizione sarebbe inadeguata, ogni interpretazione fallimentare. Qualcuno liquida questi romanzi come gialli hard-boiled, ma questa è una fesseria grande come una casa perché non rende onore alla fantasia dell’autore, al suo stile,  all’umorismo (humour noir, si intende), alla forma narrativa, al funambolismo del linguaggio (soprattutto nelle traduzioni di Bruno Just Lazzari, l’unico che è riuscito ad interpretare degnamente  Dard; io ho anche provato a leggerlo in originale ma ci ho rinunciato dopo la prima pagina…). E non rende conto di quello che per me è la caratteristica unica di questi romanzi, e cioè la complicità che lo scrittore instaura con il lettore, un rapporto totale, esclusivo, possessivo, perfino pretenzioso:  Sanantonio non è per tutti, sia chiaro questo.

L’immagine è la copertina del primo Sanantonio che mi capitò fra le mani, dal titolo “In lungo, in largo e di traverso“. Ricordo quando il commissario percorre il sentiero verso una casa ed ebbi a leggere (cito a memoria): “… Faccio un passo, due passi, tre passi, quattro passi, cinque passi, sei passi, sette passi...” e il rimando a una nota a piè di pagina in cui l’autore si rivolge ai lettori e dice: “Scusate, ma l’editore mi ha chiesto di allungare le pagine“.  Era appena la seconda pagina, e io ero già perdutamente innamorato.

A quel tempo la serie Le inchieste del commissario Sanantonio  era già fuori stampa e io per anni nelle bancarelle dell’usato (all’epoca non c’erano Ebay,  Abeboks e compagnia briscola)  mi perdevo a cercare titoli evocativi e unici come “Pesca di mortificenza“, “Concerto per pizzi e giarrettiere“, “La quarta zucca è bianca“, “Il maccabeo errante“, “I miei dispetti, madama Ghigliottina“, e ogni volta che ne trovavo uno  che non avevo letto per me era una gioia, e anche se alla fine non riuscii mai ad avere la collezione completa (per pochi numeri, intendiamoci!) la lettura di oltre cento  (credo) di questi libri fu una delle cose più belle e piacevoli della mia vita.

Ecco, tutto qua, solo un piccolo omaggio, un semplice ricordo e un grande grazie a chi mi donò le storie di quel meraviglioso commissario. Chapeau, monsieur Dard!

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Un racconto per Kafka

Ops! Mi ero dimenticato che quest’anno ricorre il centenario della morte di Franz Kafka, uno dei miei autori preferiti! Tempo fa avevo scritto un raccontino ispirato alle sue opere e adesso lo voglio condividere con un piccolo gioco: nel racconto ci sono due riferimenti precisi a Kafka, chi riesce a trovarli?

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La taccola di Kafran (parva tributa)

Kafran era un vagabondo. Girava per paesi, boschi, campagne senza mai fermarsi e trovando sempre qualcosa con cui sfamarsi nel suo peregrinare.

Un giorno, salendo per un monte, vide che davanti a sé si ergeva una muraglia di colore rosso, costruita con grandi rocce quadrate, tanto alta che pareva arrivare al cielo. In quel momento, una taccola gli si posò sulla spalla e si fermò lì.

Kafran girò la testa per guardare la taccola e la taccola girò la testa per guardare Kafran. Il vagabondo capì che quello era un segno che qualche spirito gli aveva mandato e decise di andare verso la muraglia. Quando ci arrivò davanti, si accorse che c’era una porta, una grande porta massiccia, di legno e di ferro, e davanti alla porta stava fermo e immobile un feroce Guardiano armato. Ebbe paura, ma la taccola gli beccò piano un orecchio per farlo andare avanti. Quando arrivò di fronte al Guardiano, gli chiese di farlo passare.

«No,» gli rispose il guardiano «questa porta deve stare chiusa. Però, ci sono altre porte lungo il muro e quelle non so se sono aperte.» Kafran annuì, e si avviò costeggiando la muraglia per arrivare all’altra porta. Fu un percorso lungo e alla fine Kafran dovette fermarsi per dormire.

Quando fu mattina, la taccola picchiettò leggermente la testa del vagabondo per svegliarlo e questo, alzatosi, riprese il cammino e poco dopo arrivò ad un’altra porta, anche questa massiccia e anche questa con davanti un Guardiano uguale al primo che aveva incontrato. Kafran chiese nuovamente se poteva passare, ma ottenne la stessa risposta del suo predecessore: quella porta era chiusa, ma c’erano altre porte, e non sapeva se quelle erano aperte.

Allora Kafran riprese la sua marcia, venne ancora notte e ancora si fermò a dormire. All’alba, venne svegliato dalla taccola e ricominciò il suo cammino fino ad arrivare ad una terza porta, sorvegliata da un Guardiano uguale agli altri due. Anche a questo chiese di entrare, ma ricevette la stessa risposta e le stesse indicazioni degli altri.

Come aveva fatto in precedenza, Kafran si incamminò nuovamente, e venne notte, si fermò per dormire e la mattina dopo raggiunse una quarta porta, con un quarto Guardiano, e la storia in questo modo si ripetè per giorni e giorni, lune e lune, sotto il maglio del sole d’estate e sotto la gelida neve dell’inverno.

Una mattina però, quando Kafran arrivò davanti al Guardiano e gli chiese se poteva farlo entrare, ricevendone la solita risposta, il vagabondo rimase fermo senza badare alla taccola che gli beccava il collo per invitarlo a muoversi. Kafran aveva capito:

«Tu sei lo stesso Guardiano che ho incontrato il primo giorno. Vuol dire che la Muraglia è lunga ma c’è una porta sola, e io sto girando in cerchio da più di un anno, e mi trovo sempre davanti a te».

«No, ti sbagli.» rispose il guardiano «La muraglia è lunga, lunga, lunga e ci sono tante, tante, tante porte. Sono io che mentre tu dormi mi sposto fino alla prossima porta e ti aspetto là, perché io cammino in fretta, molto più in fretta di te, e non dormo mai.»

«Beh, sai cosa ti dico, Guardiano? Che io mi sono stancato e adesso me ne torno a girare per conto mio per paesi, boschi, campagne come facevo una volta.»

«Fai bene. Sei arrivato per conto tuo, per conto tuo puoi anche andartene. Io invece devo stare qua. E chissà quando arriverà qualcun altro».

Kafran annuì, guardò un’ultima volta il Guardiano, poi girò le spalle e si avviò per scendere a valle. La taccola, sbattendo le ali, lasciò la spalla del vagabondo e andò a posarsi su quella del Guardiano, il vero prigioniero senza prigione.

Allora? Avete capito quali sono i riferimenti di cui parlavo?

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I mattoidi (ci è andata bene!)

2024-03-07 13_08_13-Roma - Piazza Venezia e Monumento a Vitt. Emanuele IIIl monumento a Vittorio Emanuele II a Roma, il Vittoriano, destinato a celebrare tutti i fasti del Risorgimento, si è giustamente meritato il soprannome di “macchina da scrivere” e a molti non è che piaccia un granché. Però, diciamocelo, poteva andarci peggio, molto peggio, anche perchè la scelta del progetto non venne affidata a un architetto ma venne lanciato un concorso a cui tutti potevano partecipare, un po’ come un concorso per lo slogan di un dentifricio.

In uno stupendo libro dal titolo “I mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma a Vittorio Emanuele II“, pubblicato a Roma nel 1894, Carlo Dossi ci illustra alcune delle proposte che erano state presentate e le analizza come esempi della follia, anzi della cretineria umana (non a caso il libro ha una dedica a Cesare Lombroso), degne di esame psichiatrico più che architettonico.

In questo libro sono presentati alcuni dei progetti presentati e le poche immagini che vedete qui sotto non vogliono dire nulla, vogliono solo essere un invito a leggere il libro e farsi prendere per mano dalla prosa spassosa di Dossi e fare con lui un viaggio  nei meandri di alcune delle follie e stranezze che questo concorso partorì.

Il libro si può trovare su Liber Liber. Buona lettura

2024-03-08 07_59_49-Documento1 - Word
…. e magari fatemi sapere che ne pensate  😉

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Premio Caffè delle Arti 2023

xdiffidateAlla X edizione del Premio letterario nazionale Caffè delle Arti del 2003 “Diffidate della realtà” ha preso una Mozione di merito. Qui sotto la motivazione del Premio:

Uno degli aspetti più notevoli di “Diffidate della realtà di Remo Badoer” risiede nell’audace esplorazione della relatività della realtà. Con maestria, l’autore sfida la convenzionale nozione di una realtà oggettiva, mettendo in evidenza il suo carattere intrinsecamente soggettivo e, per tanto, plurimo. Questa contemplazione invita il lettore a scrutare con occhio critico ciò che comunemente accetta come certezza, aprendo le porte a rivelazioni sorprendenti e diversificate. Degno di merito è luso astuto di un umorismo acuto, che permea le storie. Con arguzia, l’autore impiega l’ironia per mettere in risalto l’assurdità e il sarcasmo intrinseco nella vita quotidiana, conferendo una dimensione giocosa alla sua narrazione. L’abilità dell’autore nel transitare con fluidità attraverso un ampio spettro di generi letterari, senza mai perdere di vista il nucleo narrativo e l’acume della sua prosa, rappresenta una caratteristica di rilievo.

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I topi del cimitero, di Carlo H. De’ Medici

topiQuando ho letto questo libro mi sono stupito -e pure un po’ inquietato- perchè uno dei racconti, ‘L’amica del poeta’, ha forti somiglianze con il mio racconto ‘Poesia’ (fa parte della raccolta “Diffidate della realtà” ed è stato scritto ben prima che io conoscessi quest’opera), e anche perchè bisogna considerare che l’autore ha una storia personale misteriosa fatta di misticismo, esoterismo, alchimia con l’aggiunta di un leggero di odore di zolfo.

Comunque sia,  è un libro che merita di essere letto non solo da chi ama la letteratura gotica, esoterica e fantastica ma anche da chi, come me, ama riscoprire autori poco conosciuti o sottovalutati. E comunque il termine “letteratura gotica” per questa raccolta di  racconti pubblicati per la prima volta nel 1924,  secondo me è fuorviante e limitante. Certo, l’autore ci porta in un mondo di orrori e misteri, lui stesso definisce i suoi racconti ‘crudeli’,  ma per quel che mi riguarda li ho trovati ricchi anche di bellezza, di un estetismo che non si può neanche definire decadente, di… uhm. Non se se dirlo… Sì, lo dico: di poesia! Provate a leggere un capolavoro come ‘Madrigale’ se non mi credete.

Potrei anche blaterare sul fatto che questi racconti hanno una duplice chiave di lettura, una esoterica e l’altra exoterica, potrei dire che la loro crudeltà fa apparire lampi di profonda spiritualità, potrei tessere le lodi di uno stile di scrittura immediato e al tempo stesso suggestivo e coinvolgente, di sottolineare che la lettura suscita emozioni che fanno riflettere sul senso della vita e della morte, sul bene e sul male, sul sogno e sulla realtà, potrei disquisire sugli echi più che sulle influenze di Poe e Huysmans (mmm… forse anche di Strobl, però non so se lo possa aver letto), ecc. ecc.

Quanto sopra è tutto vero, certo, ma lascio volentieri il blabla a qualcun altro. Io ho chiuso il libro con la certezza di avere incontrato (magari in ritardo perchè fino a un paio di mesi fa nemmeno sapevo chi era questo De’ Medici)  un grande, uno scrittore che meriterebbe molto di più di quanto finora gli ha riservato una critica letteraria limitata e stitica nel bulbo.

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