Il Mar delle Blatte , di Scozzari e Landolfi

blatteIo ho letto quest’opera a puntate negli anni ’80 sulla mitica rivista ‘Frigidaire’ e ricordo che mi lasciò a bocca aperta, e la rileggevo a intervalli quasi regolari. Purtroppo negli anni per motivi di trasloco ho dovuto cedere la mia collezione di ‘Frigidaire’, non ho più potuto riprenderla e dopo un po’ me ne sono quasi dimenticato. Dico quasi perchè quando ho visto questa nuova edizione è stato come ritrovare un amore perduto e l’ho presa subito e me la sono goduta come la prima volta, anzi di più perchè nel frattempo c’era stato un incontro fatale con Landolfi (che all’epoca non avevo ancora letto).

Devo dire che in genere le versioni a fumetti di opere letterarie mi fanno spesso storcere il naso, ammetto di essere un po’ snob, ma in questo caso l’incontro tra la maestria barocca di Filippo Scozzari, un artista tra i più sciccosi d’Italia (e non solo) e l’incanto letterario di Tommaso Landolfi, uno scrittore di una signorilità letteraria unica, si è tradotto in un abbraccio tra due raffinatezze assolute, e il risultato è un Capolavoro con la ‘c’ maiuscola.

Leggere ‘Il mar delle blatte’ è imbarcarsi in un viaggio (viaggio onirico, più che fantastico) in compagnia del Gran Variago, della sensuale Lucrezia, del misterioso e terribile Verme Azzurro, una Nave dei Folli che naviga tra onde che possono essere comiche, tragiche, oniriche (ops! scusate, questo l’ho già detto!), terribili e inquietanti, verso un mare di insetti dove il viaggio si conclude (e non dico come, se no non c’è gusto).

Spero solo che quest’opera trovi, oltre che nell’animo dei suoi lettori e del mio in particolare, un degno posto nelle biblioteche,  che possa non essere dimenticata, perchè veramente è un qualcosa che va oltre le suggestioni e le emozioni che non può non suscitare in un lettore e si pone su un livello più alto, la testimonianza di quanto possa essere grande l’unione tra un grande testo letterario e un grande disegno: prima ho parlato di abbraccio, ma forse il termine ‘amplesso’ rende meglio l’idea.

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Palnatoke, in arte Guglielmo Tell

 

La storia di Guglielmo Tell la conosciamo tutti, e, come tanti, ci domandiamo se è una leggenda oppure no.
Con buona pace dei vicini svizzeri, diciamolo subito e fuori dai denti: questo personaggio non è mai esistito, o meglio: non è mai esistito in Svizzera perché Gugielmo Tell è danese!
Prendiamo in mano (beh, quasi: andiamo su Internet Archive -Dio li benedica- visto che c’è la versione online) i Gesta Danorum, un’opera dello storico Saxo Grammaticus del XII secolo, e scopriamo la storia di Palnatoke, che si svolge sotto il regno dal re danese Harold (911-987).
Stando al racconto di Saxo Grammaticus, Palnatoke (detto anche Toko, o Tokyo) era uno jarl (un guerriero nobile) vichingo di Jomsborg, che durante un banchetto si mette a vantare un po’ troppo le sue abilità di arciere dicendo di essere in grado di colpire una mela anche piccola posata su una caraffa di vino alla distanza di 100 passi.
Il re allora decide di metterlo alla prova ma, da buona carognetta, pensa bene di far utilizzare come appoggio della mela non la caraffa ma la testa del figlio di Palnatoke e gli dice che se sbaglia e ammazza il figlio, poi il re avrebbe fatto ammazzare anche lui per… millantato credito, diremmo oggi.
Comunque Palntaoke accetta (non che avesse una qualche possibilità di scelta, intendiamoci), tira fuori tre frecce dalla sua faretra e le pianta per terra, pronte. Ad un segnale di Harold, prende una freccia, tende l’arco e tira: mela presa, figlio salvo, la gente applaude.
Harold però domanda perché avesse preparato tre frecce e l’arciere risponde che se avesse sbagliato e preso il figlio, la seconda freccia sarebbe stata per il re e la terza per se stesso. Allora Palnatoke viene imprigionato, però poi riesce a scappare dalla prigione e a far fuori il re cattivo.
La storia, che peraltro è narrata anche in altre saghe nordiche, è poi partita verso sud, ha attraversato la Germania, è arrivata in Svizzera e qua gli elvetici se la sono tenuta, l’hanno cambiata (ma poco poco), l’hanno ambientata ad Altdorf, hanno dato al vichingo Palnatoke un bel nome tedesco nuovo di zecca, Wilhelm Tell, e l’han fatta propria, e da allora quest’arciere è più svizzero della cioccolata e degli orologi a cucù.

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Cfr.
Gesta danorum online: Saxonis Grammatici Gesta Danorvm
Wikipedia (voci: Gesta danorum, Guglielmo Tell, Palnatoke)
G. Breton, Les beaux mensognes de l’histoire, France Loisirs, 1999

Nella foto la statua di Guglielmo Tell ad Altdorf. A onor del vero, va detto che è dal 1901 che la storia di Guglielmo Tell è stata tolta dai libri di storia svizzeri.

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La Svizzera (e le sue leggi)

   

Non so voi, ma io non faccio parte di quegli sciagurati che il sabato e la domenica mattina invece di riposare e stare tranquilli scatenano i propri settimanali istinti giardineschi nel tagliare l’erba del prato, potare i rami degl altri e dedicarvi ad altre similari attività. Io faccio parte di quella categoria che non ha piacere di essere svegliato all’alba da rumori tanto inopportuni quanto  fastidiosi e che vorrebbe dire al vicino troglodita su cosa può passare la sua motofalciatrice o dove può ficcarsi la sua motosega.

E allora penso alla nostra vicina, l’ineffabile Confederazione Elvetica. Perchè si possono -e si devono- dire un sacco di cose sulla Svizzera e sugli svizzeri, ma quando hanno ragione, hanno ragione. Qui esiste (unico posto al mondo, che io sappia) una legge che proibisce di provvedere nelle giornate festive a lavori di giardinaggio rumorosi e fastidiosi, e questo in nome della tutela del sacrosanto diritto al sonno di chi non condivide le passioni di certi giardinieri del fine settimana.  E tutti rispettano questa legge, perchè in Svizzera se non rispetti una legge non te la passi bene, mica come… vabbè, lasciamo perdere, che è meglio.

Sempre nell’ambito della tutela del sonno del cittadino e del rispetto della quiete del vicinato, esiste un’altra regola (non una legge vera e propria, intendiamoci, piuttosto una prassi consolidata, una norma non scritta che comunque è diventata un obbligo vero e proprio) che è quella che vieta di tirare lo sciacquone del wc dopo le 10 di sera e -solo per gli uomini- di fare pipì in piedi, sempre nello stesso orario. Allora, se vi trovate in Svizzera e non potete resistere a certi bisogni dopo le 10 di sera, fate attenzione perchè anche i visitatori sono invitati a rispettare questa regola. Certo, uno anche può fare il furbetto, prendere la macchina e andare in un bosco, ma c’è anche un divieto di farla nei boschi e nei terreni demaniali… Insomma, se proprio non ce la fate, passate la frontiera, andate in uno dei liberi paesi dove uno può tirare lo sciacquone quando gli pare e anche farla in piedi, se gli garba!

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Cfr.  https://switzerlanding.com/, sito ufficiale per il turismo nell’ineffabile Confederazione Elvetica

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L'Eccessivismo degli asini

Non so voi, ma a me questo dipinto piace. Olio su tela  di 54 centimetri di altezza per 81 centimetri di larghezza, dal titolo “E il sole si addormentò sull’Adriatico” ha dei colori bellissimi, vivaci, mi piacerebbe averlo a casa mia. 
L’opera venne presentata nel 1910 a Parigi nella sala 22 del Salon des Indépendants,  una importante rassegna annuale dove sono passati autori del calibro di Cézanne, Redon, Munch, Seurat, van Gogh, Toulouse-Lautrec e tanti altri di questo livello, insomma mica bruscoline, ca va sans dire.
I critici e gli altri pittori rimasero colpiti dall’originalità del dipinto e ci furono reazioni contrastanti, anche perchè come autore venne indicato un giovane pittore italiano nato a Genova e fino ad allora completamente sconosciuto,  Joachim-Raphaël Boronali, che inviò ai giornali il suo Manifesto dell’Eccessivismo: “… rompiamo le tavolozze ancestrali e deponiamo i grandi principi della pittura di domani. La sua formula è l’eccessivismo. L’eccesso in tutto è un difetto, disse un asino. Al contrario, noi proclamiamo che l’eccesso in tutto è una forza, l’unica forza… Distruggiamo i musei assurdi. Calpestiamo le famigerate routine. Viva lo scarlatto, il porpora, le gemme coruscanti, tutti questi toni che vorticano e si sovrappongono, vero riflesso del sublime prisma solare: Viva l’Eccesso! ...”
Mmm… la frase “L’eccesso in tutto è un difetto, disse un asino” avrebbe potuto far riflettere qualcuno. Perchè Joachim-Raphaël Boronali era un pseudonimo, e il vero autore si chiamava Lolo (o Lola) ed era un asino. Un asino vero, di proprietà del gestore di un cabaret a Montmatre. 
La cosa andò in questo modo: lo scrittore Roland Dorgelès alla presenza di testimoni e di un ufficiale giudiziario, attaccò alla coda dell’asino Lolo un pennello e prese a dare delle carote all’asino. Quando l’asino riceveva la carota, scondinzolava allegramente e in questo modo passava il colore sulla tela. E ovviamente era stato Dorgelès  a scrivere poi il Manifesto dell’Eccessivismo e sempre lui rivelò infine la verità al giornale “L’Illustration” con tanto di foto che comprovavano il fatto. Aveva messo in piedi la bufala per “mostrare agli sciocchi, agli incapaci e ai vanitosi che ingombrano gran parte del Salon des Indépendants che il lavoro di un asino, spazzolato con grandi colpi di coda, non è fuori posto tra le loro opere.”
Gran bello scherzo, di stile, e con un bel risultato: il quadro è tuttora esposto nello spazio culturale Paul-Bédu a Milly-la-Forêt a Essonne. Del vero autore, l’asino Lolo,si sa che dopo la morte del padrone fu porrtato in Normandia e che venne un giorno trovato annegato: secondo lo scrittore Robert Bruce, all’epoca, ci fu chi sospettò un suicidio…

L’artista all’opera con una serie di testimoni/complici mascherati
Fonti:
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Le influenze anarchiche nella rivolta di Kronstadt

La storia è nota: l’insurrezione dei marinai della base di Kronstadt e la sua repressione segna da una parte la fine della guerra civile in Russia, dall’altro l’avvio alla normalizzazione e al definitivo consolidamento del potere bolscevico. Questa rivolta e la Comune che ne seguì rappresentarono veramente quella Terza Rivoluzione, libertaria, egualitaria e realmente socialista che venne stroncata brutalmente da Lenin e Trockij prima e da Stalin poi. Sulla presenza degli anarchici in questa rivolta ci sono stati pareri contrastanti tra chi afferma che gli anarchici a Kronstadt non c’erano e chi dice al contrario che tutta la rivolta fu anarchica.

Questo scritto intende essere un contributo appunto nel dibattito sulle componenti politiche della rivolta e in particolare sulla diffusione e presenza delle idee anarchiche all’interno della rivolta stessa, un problema che spesso anche scrittori più noti e importanti come Paul Avrich e Getzler hanno lasciato per così dire un po’ in sospeso. Non che io mi giudichi migliore di questi e di altri, per carità! Solo, io ho lavorato sulle spalle dei giganti (di tanti giganti) e anche da nano ho potuto vedere/intuire cose che in un certo senso loro avevano sottovalutato. L’unico mio rimpianto è quello di non aver potuto avere un accesso diretto a determinati documenti (che mi dissero esistevano a Mosca e che erano stati desecretati) ma avrei dovuto andare in Russia, seguire tutta una serie di pratiche burocratiche e -soprattutto- avrei dovuto conoscere il russo!

Questo libro nacque come tesi per l’esame di Storia dei popoli slavi presso la Facoltà di Scienze Politiche di Padova nel lontano 1982. La tesi non era malaccio, anzi oltre al pieno apprezzamento del docente (con il quale ricordo che avemmo a discutere se Kronstadt doveva essere considerata un episodio di rivoluzione sociale piuttosto che di rivoluzione socialista, gran bel problema!), ebbe una certa diffusione tra i compagni (sì, all’epoca ci chiamavamo così) sia in fotocopia che in ciclostile. In tempi più recenti, con l’avvento del self-publishing, più di qualcuno mi ha detto che avrei dovuto pubblicarlo, cosa che ho fatto senza illusioni di vendita ma con il proposito di lasciare una traccia, una interpretazione per quelli interessati all’argomento, ma mi raccomando: prima, leggetevi Avrich e Getzler.

Su Amazon:
https://www.amazon.co.uk/influenze-anarchiche-nella-rivolta-Kronstadt/dp/1083161423

 

 

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Terrapiattisti…

Anni fa (non molti…) sul Twitter ufficiale della Flat Heart Society (Società per la Terra Piatta) venne postata un’affermazione che fa riflettere, e cioè si affermava che la Flat Heart Society aveva iscritti “in tutto il globo”…

qui sopra il post con il sarcastico commento di un fisico che dice “Dillo di nuovo, ma lentamente”.
La cosa prese piede e adesso ci fanno pure le magliette…

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L'archeologo e l'arcivescovo

 

Gli studi e scavi effettuati da Kathleen Kenyon tra il 1952 e il 1958 hanno dimostrato che la biblica Gerico era stata fondata circa 9000 anni prima di Cristo. La datazione è stata confermata in seguito anche da ricerche iniziate nel 1997, che hanno datato insediamenti umani nella zona anche 11.000 anni prima di Cristo. E qua non ci piove, (anche se. per qualcuno…)
Quello che pochi sanno però è che l’archeologo John Garstang già negli anni ’30 del secolo scorso era riuscito a datare correttamente la data della fondazione di Gerico, ma la scoperta non venne mai divulgata, perchè il suo finanziatore, Sir Charles Marston, nel 1936 ritirò qualsiasi appoggio e fece interrompere tutti i lavori e le ricerche attorno a Gerico.
Il motivo di questa decisione era che Sir Charles Marston si fidava ciecamente della validità dei calcoli dell’arcivescovo anglicano James Ussher (1581-1656) che aveva calcolato “scientificamente” la data di creazione del mondo facendola risalire al 4004 a.C. e qualsiasi datazione andasse contro questo dogma era un’eresia da combattere, quindi le ricerche di Garstang andavano fermate. 
Peccato che ai tempi di Marston non fosse già diffusa l’interpretazione creazionista (sono molti i creazionisti a basarsi anche oggi sul calcolo di Ussher) secondo la quale Dio creò anche cose (come i fossili) che sembrano risalire a tempi anteriori al 4044 a.C., e l’avrebbe fatto per mettere alla prova la fede dei cristiani nella Bibbia.
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Cfr.
J.R. Wilcock, Fatti inquietanti, Bompiani, 1960
Wikipedia alle voci Gerico e james Ussher
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se poi ‘sto genere di roba piace…
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Nel barattolo della storia


Diciamolo subito, così non ci pensiamo più: cari lettori seriosi, stitici dell’umorismo, uggiosi barbogi con la puzza al naso, lasciate stare questo libro, non fa per voi, leggetevi qualcos’altro, c’è un mucchio di roba in giro ben più adatta ai vostri gusti.

Questo è un libro pieno di aneddoti e curiosità storiche ma esilaranti, come ad esempio le emorroidi che fecero perdere Napoleone a Waterloo, l’U-boot tedesco iper tecnologico che colò a picco pieno di cacca, la fatale indigestione di quell’ingordo di Leopardi, la sfilza di morti al matrimonio di un rampollo Savoia, l’esplosione del cadavere di Guglielmo il Conquistatore, la sfiga che portava il figlio di Lincoln, le terribili flatulenze di Adolf Hitler, tutta roba che difficilmente troverete nei libri di Storia con la ‘S’ maiuscola, ma da non sottovalutare, perchè la storia è fatta anche di piccole cose, che talvolta hanno un’importanza cruciale ma su cui gli Storici (anche questi con la ‘S’ maiuscola) preferiscono per lo più sorvolare per non offendere il palato dei loro lettori benpensanti con la puzza al naso. 

Raccomando l’acquisto di questo libro non solo per fare un piacere a me, ma per fare un piacere a voi: questo è un libro di pronta beva, che si presta a un sacco di utilizzi differenti. In primis, è uno di quelli che io chiamo libri da bagno, che si leggono quando si ha voglia, a spizzichi e bocconi, saltando da un argomento all’altro come a uno gli garba, per farsi una sana risata e tirarsi su di morale vedendo che c’è un mucchio di gente importante, re, imperatori, artisti, scienziati, papi, che  sono stati più fessi di me e di te messi assieme.  In secondo luogo, è l’ideale per una lettura con amici in un dopo cena altrimenti uggioso, le sganassate in compagnia sono le migliori. Inoltre, anche se conoscere tutte queste cose non vi cambierà la vita, di sicuro vi renderà più interessanti quando le racconterete in società oppure a qualche amico o amica e qualcuno magari vi scambierà per un erudito.

Un ultimo utilizzo, e non è certamente quello meno interessante, è che un libro del genere va bene per togliervi dall’impaccio quando non sapete cosa regalare: va bene per tutti e risulterà certamente gradito, sempre che non finisca  nelle mani di uno di quegli stitici dell’umorismo di cui parlavo all’inizio.







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https://www.amazon.it/barattolo-della-storia-Remo-Badoer/dp/1673451446

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Nutrirsi di comunicazione

Nato nel 1976 a Castelmazzo, Pier Maria Fringuecci, vivente, è a tutt’oggi oggetto di studio e ricerche congiunte da parte di medici e di ingegneri della comunicazione.

Fu il capitano medico alla visita militare che si accorse che i capelli del coscritto non erano semplici filamenti proteici ma fungevano da antenna ricevente con cui il Fringuecci poteva captare vari programmi televisivi.  I successivi esami da parte di specialisti stabilirono che ad ogni singolo follicolo corrispondeva una specifica emittente, uno specifico canale o una specifica trasmissione e che la ricezione di queste continuava in ogni momento del giorno e non era controllabile da parte della persona.

Ulteriori ricerche (tuttora in corso) appurarono che nei flussi captati ed assorbiti dal Fringuecci sono presenti tutte le principali emittenti nazionali e che in presenza di nuove trasmissioni e nuovi programmi si attivano nuovi follicoli per recepire anche questi, così come si attivano nuovi follicoli per le emittenti locali quando l’individuo per qualche motivo si sposta ad esempio da una regione all’altra.

Anche se il Fringuecci non riesce a selezionare, interrompere o modificare in qualche modo le diverse trasmissioni, la continua ricezione di un tale e ininterrotto flusso di informazioni sembra comunque non comportare particolari effetti dannosi a livello fisico, se non per il fatto che, col tempo, ha iniziato a nutrirsi sempre meno di cibi tradizionali e ha sviluppato una sorta di sintesi metabolica per cui si nutre solo di comunicazioni televisive: ormai sono più di 20 anni che non tocca cibo di alcun genere eppure -altro mistero del suo strano metabolismo- ogni giorno produce una quantità di escrementi equivalente a quasi 40 volte il suo peso corporeo.

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La Chiave Esagonale della Brianza

Probabilmente mai nessun soprannome fu più azzeccato di quello attribuito a Giuseppino Brugola, conosciuto da tutti come “La Multipla della Brianza”, che dagli anni ’20 del secolo scorso fino al dopoguerra fu l’operaio specializzato in fissaggio più noto e apprezzato di tutto il Nord Italia: ogni officina, ogni fabbrica grande e piccola si faceva onore e vanto di poter usufruire delle sue leggendarie abilità. In realtà, lui avrebbe preferito essere chiamato “La Chiave Esagonale della Brianza”, perché è vero che la sua area di lavoro era soprattutto la Brianza ed è vero che poteva fissare ogni tipo di dado, però la sua specializzazione e la sua passione, quella in cui dava il meglio di sé con performances memorabili, era il fissaggio di dadi esagonali di misura compresa da 11/16″ a 5 e 3/4″ pollici. 
Quello che rendeva unico il lavoro del Brugola era la sua perizia nel procedere al fissaggio di qualsiasi tipo di dado utilizzando solamente le dita della mano destra, unendo alla forza fisica necessaria all’operazione una delicatezza, una sensibilità tale che rendeva i suoi fissaggi di una precisione assoluta, dal momento all’epoca non c’era nessuna strumentazione né alcun strumento in grado di controllare e stabilire il punto esatto in cui si doveva fermare il lavoro di avvitamento senza che fosse né troppo lasco né troppo stretto. In quegli anni, i dadi fissati da Giuseppino Brugola rappresentarono la perfezione e ancor oggi sono oggetto di studi (alcuni di essi sono ancora conservati con cura nel Museo dell’Officina a Pedalate) e nemmeno i più moderni dadi ciechi autobloccanti sono in grado di reggere il paragone con questi.
In una lunga intervista rilasciata a “La Domenica Italiana” nel 1962, quando ormai era pensionato, Giuseppino Brugola raccontò che nel suo lavoro si serviva anche di una ulteriore e irripetibile capacità, cioè quella di essere in grado, alla bisogna, di secernere da sotto le unghie un liquido denso e oleoso, che gli serviva sia in fase di avvitamento che di eventuale svitamento, ma che la sua modestia e la volontà di non umiliare i colleghi gli aveva impedito di rivelare la cosa all’epoca della sua massima fama.
Nella stessa intervista, confessò anche il suo rimpianto per non avere avuto un figlio per potergli trasmettere e insegnare quella che per lui era un’arte, e questo perché tutte le sue fidanzate dopo qualche tempo lo lasciavano perché le sue carezze erano sì amorose e delicate, ma le sue mani, dicevano, “emanavano un forte, insopportabile odore di olio di officina”.
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