Flann O’Brien, l’uomo del terzo poliziotto

Devo confessare che io quando lessi “Il terzo poliziotto” di Flann O’Brien (pseudonimo di Brian O’Nolan), nato il 5 ottobre del 1911, non avevo idea di cosa ci fosse dentro, semplicemente era un periodo in cui leggevo tutti gli autori irlandesi che mi capitavano fra le mani. Alle prime pagine, mi era sembrato di ritrovare un po’ Wodehouse, per lo stile bonario e leggero, e un po’ anche lo Steinbeck di “Pian de la Tortilla”, per l’ambientazione, ma quando poi incontrai le teorie di De Selby e il fenomeno per cui, pedalando per le strade sconnesse d’Irlanda, avviene uno scambio di atomi tra l’uomo e la bicicletta di modo che si creano delle creature metà umane e metà velocipedi, capii di aver trovato pane per i miei denti.

Perché grazie appunto a uno stile narrativo tranquillo e all’apparenza inoffensivo, l’autore prende per mano il lettore e lo porta pianin pianello in una ragnatela surreale e metafisica dove l’unica maniera per venirne fuori è ridere. Con O’Brien si ride, e tanto, ma non è mai un riso gratuito, è piuttosto una condizione di complicità col mondo creato da questo straordinario scrittore a cui però non posso perdonare il fatto di aver scritto troppo poco e di essersi occupato soprattutto di giornalismo, con articoli di satira più che di umorismo che, intendiamoci, sono anche questi spassosi e meritevoli di lettura, ma i romanzi sono un’altra cosa, sono dei fuochi d’artificio dove si ride e si pensa allo stesso tempo, sono merce rara, per me dei classici dove però di classico non c’è niente.

Per quelli di voi che non lo conoscono, vi voglio tentare con un gioiellino, l’inizio dello sfolgorante “Una pinta di inchiostro irlandese” (un libro che tutti gli scrittori o aspiranti dovrebbero leggere) dove l’Autore si accinge ad iniziare la stesura di un romanzo:

“…
Mi misi in bocca la quantità di pane che bastava per tre minuti di masticazione, poi ritrassi le mie facoltà di percezione sensoriale e mi ritirai nell’intimità della mia mente, mentre i miei occhi e il mio viso assumevano un’espressione vuota e preoccupata. Tema della riflessione: le mie attività letterarie, a cui dedicavo le ore libere. L’idea che un libro dovesse avere un solo inizio e una sola fine, non mi convinceva. Un buon libro poteva avere tre inizi completamente diversi, collegati tra di loro soltanto nella prescienza dell’autore, e finire, se necessario, in trecento maniere diverse.

Esempio di tre inizi indipendenti. Il primo: Il Cacodemone MacPhellimey, membro della classe dei diavoli, si trovava nella sua capanna, nel folto di un bosco di abeti, occupato a riflettere sulla natura dei numeri e a separare mentalmente quelli dispari da quelli pari. Era seduto davanti al suo dittico o antica tavoletta doppia per scrivere, con cerniera, internamente ricoperta di cera. Le sue dita ruvide, dalle lunghe unghie, giocavano con una tabacchiera perfettamente sferica; da un interstizio tra i suoi denti, egli fischiava un’elegante cavatina. Era un uomo molto educato, e stimato per la generosità con cui trattava sua moglie, una Corrigan di Carlow.

Secondo inizio: Non c’era nulla di insolito nell’aspetto di Mr John Furriskey, ma in realtà egli possedeva un tratto distintivo piuttosto eccezionale: era nato all’età di venticinque anni ed era arrivato al mondo provvisto di una memoria ma di nessuna esperienza personale che la giustificasse. I suoi denti erano ben fatti ma sporchi di tabacco, con due molari impiombati e la minaccia di una carie nel canino sinistro. La sua conoscenza della fisica era moderata: arrivava fino alla Legge di Boyle-Mariotte e al Parallelogrammo delle Forze.

Terzo inizio: Finn MacCool era un eroe leggendario della antica Irlanda. Benché mentalmente poco robusto, egli era un uomo fisicamente superbo. Ciascuna delle sue cosce era grossa come il ventre di un cavallo, e finiva in un polpaccio grosso come il ventre di un puledro. Tre cinquantine di ragazzi potevano giocare a palla contro l’immensità della sua schiena, larga abbastanza da fermare un’oste di uomini in una gola di montagna.

Un pezzo del crostino che mangiavo mi fece male a un dente, in un angolo della bocca. Questo mi richiamò alla percezione del mondo esterno.

È un vero peccato, disse mio zio, che tu non prenda più sul serio i tuoi studi. Dio soltanto sa come ha dovuto lavorare tuo padre per guadagnare i soldi che gli costa la tua carriera. Dimmi la verità, ti capita mai di aprire un libro?

Osservai con astio mio zio, il quale trafisse con i rebbi della forchetta una fetta di pancetta fritta sopra un crostino e resse in aria questo insieme, davanti alla bocca aperta, in segno di prolungata interrogazione.

Descrizione di mio zio: Faccia rossa, occhi come perline, pancia a pallone. Spalle grassocce con lunghe braccia pendule, tali da rendere la sua andatura piuttosto scimmiesca. Grossi baffi. Titolare di un impiego di grado terzo alla Guinness.

Mi capita, risposi.

Si introdusse la punta della forchetta nell’interno della bocca, poi la ritirò e si mise a masticare grossolanamente.

Qualità della pancetta consumata in casa: Inferiore, da uno scellino e due pence la libbra.

Io personalmente, disse lui, non ti ho mai visto aprire un libro. Non ti vedo mai studiare.

Lavoro nella mia camera, risposi.

…”



E per chi ha avuto la pazienza di leggere fino a questo punto, un piccolo premio, una delle più famose considerazioni filosofiche del professor De Selby:

“Giacché l’esistenza umana è un’allucinazione che contiene in sé la secondaria allucinazione del giorno e della notte (quest’ultima un’insalubre condizione dell’atmosfera dovuta ad accumulazioni di aria nera), all’uomo di senno non si addice preoccuparsi dell’illusorio approssimarsi di quella suprema allucinazione che è conosciuta col nome di morte”.

E allora, vi è venuta voglia di conoscere il buon Flann O’Brien?







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nella vita alle volte si è il gabbiano, altre volte la statua...
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