Dannazione, sto cercando di fare un po’ d’ordine per sistemare un po’ quel cafarnao che era il blog di prima, fare spazio, eliminare cose che non c’entrano più, capire cosa aggiungere, ma non è facile, non è per niente facile…
Abbiate pazienza…

Dannazione, sto cercando di fare un po’ d’ordine per sistemare un po’ quel cafarnao che era il blog di prima, fare spazio, eliminare cose che non c’entrano più, capire cosa aggiungere, ma non è facile, non è per niente facile…
Abbiate pazienza…


Colui che emerge
È così è finito che mi sono ritrovato anch’io ad essere uno di quelli che vengono chiamati scrittori emergenti. Sia chiaro: emergente non è un termine esclusivo per gli scrittori, si può riferire a molteplici attività. Ci sono pittori emergenti, attori emergenti, professioni emergenti, tutto quel che si vuole in un momento o nell’altro della sua storia presente, passata o futura vive una condizione del genere, ci sarà stato un momento nel passato in cui perfino il cristianesimo, o l’islamismo, o il buddismo saranno state definite “religioni emergenti”. Parlo di scrittori perché la cosa, volente o nolente, mi riguarda da vicino, e proprio per questo la metafora dell’emergente mi dà da pensare, sento il bisogno di definirla meglio.
La prima domanda che mi pongo è: da dove o da che cosa uno sta emergendo? Dal mare magnum dell’anonimato, può rispondermi qualcuno, e forse è la risposta più ovvia, ma è troppo banale e scontata, io voglio chiarezza: emergente per emergente, metafora per metafora, si può emergere sì da un mare, ma anche da un pantano, da un fiume, da un lago, da un vivaio di trote, da una piscina olimpionica… anche dalle sabbie mobili o da una vasca da bagno uno può emergere, al limite perfino dalla nebbia si può emergere.
E poi, se uno emerge, vuol dire che prima stava sotto, ma sotto che cosa? Bisognerebbe definire o quantomeno avere un’idea sull’essenza, sulla composizione e la qualità del luogo in cui si sta sotto: non c’è solo acqua di mare, di fiume o di lago (che anche qua… c’è una bella differenza tra le Maldive e i luoghi dei vari disastri petroliferi, i fiumi inquinati dagli scarichi e i laghi alpini, ….) sotto cui uno può rimanere emerso: può stare sotto il viscidume di una torbiera, il putridume della palude Alcionia -quella che non aveva fondo, l’acqua clorata di una piscina dove bambini maleducati fanno pipì, la fanghiglia della Laguna Nera… Anche questa è una questione dirimente, non trovate?
Una terza questione riguarda la misura dell’emersione. Se diamo per scontato che la stessa condizione di essere sommerso comporta la possibilità, o meglio, la potenzialità di emergere, allora chiunque abbia scritto anche un singolo racconto o una singola poesia potrebbe essere considerato uno scrittore (o un poeta) emergente, ma un’analisi basata su questo assioma non porterebbe da nessuna parte e faremmo meglio quindi a considerare non tanto la potenzialità quanto l’azione dell’emergere. Potenza e atto, distingueva un antico maestro. Consideriamo quindi la condizione di essere sommerso come un non-emergere o, se proprio si vuole, il punto 0.0 su una ipotetica scala di emersione. Nel momento invece in cui un qualcosa o qualcuno emerge, anche solo in parte, solo allora si può parlare di vero emergente -almeno secondo me- e diventare oggetto di misurazione. Se il concetto non vi è chiaro, rileggete piano (io stesso ho dovuto rileggerlo un paio di volte, anche sillabando, e non sono ancora convinto di averlo capito bene).
Detto questo, passiamo alla misurazione: possiamo stabilire una scala dei livelli di emersione? Seguendo la metafora iniziale, sì: uno può emergere con il cocuzzolo, poi con la testa, poi fino alle spalle, poi al torace, poi all’ombelico, poi alle caviglie per arrivare via via fino all’apice, cioè dove l’emergente diventa ex e si deve considerare emerso. Ai vari stadi (compresi quelli intermedi che non ho citato ma ci sono) corrisponderebbe un livello, ad esempio (solo per spiegare il concetto): emersione al cucuzzolo: 0.1, ha scritto dei racconti che qualcuno ha letto (parenti e amici esclusi); emersione alla testa: 0.2, ha scritto un libro che è stato pubblicato; emersione alle spalle: 0.25, ha pubblicato diversi libri che sono stati effettivamente letti (sempre (parenti e amici esclusi); emersione al torace 0.32, ha ottenuto delle recensioni senza pagarle… e via dicendo.
Naturalmente, quanto ho scritto non è altro che una esemplificazione del metodo: determinare una scala coerente sarebbe un’impresa da far tremare i polsi, se pure ci fosse qualche folle che volesse intraprendere l’impresa, anche perché si arriverebbe all’Emerso (la maiuscola è d’obbligo) e la definizione di questo livello meriterebbe uno studio a sé. Anche perché non è detto che tutto quello che emerge sia buono…

Colui che emerge
Beh, eccomi qua, anch’io con una pagina dedicata a me come scrittore. Più di qualcuno mi aveva consigliato (o meglio: mi aveva scritto, perché io non è che parli con tanta gente, a parte gli amici fidati “Fatti anche tu una pagina scrittore, ce l’hanno tutti”.
E già qua qualche dubbio mi è saltato fuori. A partire dal termine ‘tutti’. Cosa vuol dire ‘una pagina scrittore ce l’hanno tutti?’ Che tutti gli scrittori hanno una pagina personale? Oppure che tutti, in senso generico, hanno una pagina scrittore? E a monte c’era anche la domanda, ben più importante: ma io sono uno scrittore? Voglio dire, per scrivere, scrivo. Solo che nel mio immaginario lo scrittore è sempre stato un barbuto con occhialetti che se ne sta dentro uno studio pieno di libri, alla luce di una lampada tipo le vecchie lampade verdi delle biblioteche, a perdere gli occhi a scrivere o battere a macchina (quando va bene) a notte fonda, circondato da scartafacci di vario genere, quaderni con note, fogli volanti, blocchi di appunti, una quantità spropositata di penne che basterebbero a scrivere qualche centinaio di volte l’intera Recherche di Proust, una grande tazza di caffè sempre vuota, un cestino pieno di fogli stracciati o appallottolati…
Nel mio immaginario lo scrittore è uno che ha un cervello che non si ferma mai: mentre scrive una cosa, sta pensando ad un’altra cosa ancora che magari non c’entra niente, oppure gli vengono altre idee per un romanzo, un racconto, una poesia, quel che è. È uno schizoide, lo scrittore. Anche quando cammina per la strada o incontra qualcuno o va a prendere un aperitivo o va a fare la spesa, non può fare a meno di guardare, osservare, ascoltare e prendere nota di tutto quello che c’è attorno a lui per poterlo magari dopo utilizzare in un racconto o in un romanzo. È un guardone, lo scrittore.
Mentre sto scrivendo questa cosa, d’un tratto è come se mi vedessi da fuori: sono le due passate e mi trovo nel mio studio pieno di libri, seduto alla scrivania con un casino di quaderni, fogli, foglietti e note giù in fretta, di quelle che dopo neanche io sono capace di capire quello che ho scritto; ho anche la barba e gli occhiali e vicino a me c’è una tazza grande di caffè, vuota. Di fianco alla scrivania c’è una scatola di cartone piena di carta straccia e dietro le mie spalle c’è pure una macchina da scrivere -che non uso, però c’è.
Dannazione, sono uno scrittore!
a prop: l’indirizzo della pagina su FB è:
https://www.facebook.com/profile.php?id=61593314584435
“Il salice di Luca” è uno di quegli esempi di un libro che ho sottovalutato. Devo dire a mia discolpa che l’autrice ci ha messo del suo perché è vero che il romanzo parla di emarginati, argomento tutt’altro che leggero, ma è anche vero che il libro è scritto bene, la narrazione prende subito e poi procede fluida, senza tanti fronzoli; quindi, la lettura risulta sempre piacevole e allora lo finisci quasi senza accorgertene. Un bel romanzo, dici, e sei pronto per leggere qualcos’altro. Eppure…
Eppure, sono andato avanti giorni con una specie di rovello dentro, quando mi accingevo a scriverne la recensione, mi rendevo conto che c’era qualcosa che non mi quadrava e mi fermavo. Ho dovuto rileggerlo, cosa che mi capita raramente, per capire alla fine che c’erano più chiavi di lettura di quello che avevo pensato.
La prima chiave che mi era sfuggita era una parola: rispetto. Il rispetto che Anna Tarantello ha per i protagonisti è completamente diverso da quello che altri scrittori hanno dimostrato per lo stesso argomento. Non è facile parlare di emarginati e di vite borderline senza cadere nel pietismo o nella commiserazione, oppure, peggio, nella condanna o nel biasimo. L’autrice non giudica, non valuta, non predica e nemmeno compatisce: lei mostra, lei fa vedere le cose così come sono e lascia i giudizi a qualcun altro, se proprio si vogliono esprimere dei giudizi. E quindi rispetto, rispetto per i personaggi e le loro scelte di vita.
Il rispetto ci porta poi alla seconda chiave, che avevo sì intuito ma -appunto- sottovalutato, forse perché è quella che mi ha lasciato un gusto amaro in bocca, e qui la parola da ricordare è: persona. Gli emarginati, i senza tetto, la gente che è sulla strada per scelta o per necessità, sono dappertutto, passiamo vicino a loro ogni giorno, e però noi tante volte non è che giriamo la testa per non vederli, non li vediamo proprio, non ci facciamo più caso, li consideriamo parte del paesaggio urbano, tutt’al più sono oggetto della nostra pietà e commiserazione, e con qualche euro o dando una mano in qualche associazione ci sentiamo a posto. In ogni caso però vediamo questi come una massa anonima e indistinta. Ecco, Anna Tarantello col suo romanzo restituisce a questa gente la dignità che noi non prendiamo in considerazione, e cioè quella di essere persone. Non casi umani o sociali spesso ridotti a numeri o statistiche, ma persone, individui, ciascuno con un proprio nome, una propria identità, una propria storia.
E arriviamo alla terza chiave, alla terza parola: individui, che è diverso da persone. “Il salice di Luca” non è la storia di questo o quel personaggio, e non è nemmeno un romanzo corale dove la storia è quella di un gruppo. “Il salice di Luca” è l’insieme di più storie di singoli individui (non è un caso che i titoli dei singoli capitoli corrispondano ai nomi dei personaggi) che si incontrano, si aiutano, si affrontano, si trovano e si lasciano. Quello che l’autrice ci presenta è, secondo me, l’immagine di un dato momento in cui questi individui si incontrano e da questi incontri nascono rapporti, relazioni, certamente anche affetti e amicizie, che però a me sembrano non creare legami destinati a diventare stabili e la fine del romanzo io la interpreto come una serie di abbandoni, in cui ognuno segue una propria strada. Non c’è un lieto fine, un “e alla fine vissero tutti felici e contenti”, e probabilmente è giusto così, perché i legami anche profondi, per diventare stabili devono sempre arrivare a un compromesso, e di compromessi, nel romanzo di Anna Tarantello, non ce ne sono.
Per questo l’immagine che mi è rimasta alla fine della lettura e di tutto il mio rimuginarci sopra è quella di una ragnatela con al centro un albero, il salice, appunto, e una serie di persone che si muovono lungo i suoi fili dove si incontrano, si conoscono e si ri-conoscono ma alla fine, poi, ognuno procede per conto suo.

[questo fa parte di una serie di deliri scritti un po' di tempo fa sulla lettura e sulla scrittura... non badateci e perdonate...]
Quando pensiamo ai bibliotecari, abbiamo tutti l’idea che si tratti di creature tenere, sempre amichevoli ed espansive, ma in realtà questi animali vengono spesso fraintesi. I bibliotecari sono una specie in via di estinzione, il che significa che stanno costantemente in allerta per eventuali pericoli e si spaventano facilmente. Quando hai a che fare con un bibliotecario, è importante per te capire il suo comportamento, il suo linguaggio e i versi che emette. Questo ti aiuterà a creare un rapporto basato sulla consapevolezza e la comprensione.
Tieni presente che dal momento che la natura ha stabilito che queste creature trascorrano la maggior parte del proprio tempo al buio, i bibliotecari fanno un uso limitato dei segnali visivi; quindi, hanno poche espressioni facciali e un linguaggio del corpo ridotto. Inoltre, per evitare i predatori, il bibliotecario ha imparato nel tempo a stare in silenzio e non fare rumore, per questo anche la sua comunicazione tramite versi o suoni è limitata. Ciò significa che devi essere tu ad imparare a cogliere i segnali che manda.
Incomincia prestando attenzione ai versi che indicano una sensazione di tranquillità. Tra questi, il più importante è una specie di russare leggero, molto tranquillo, che sta ad indicare che si sente soddisfatto. È quasi un sussurro, quindi le prime volte potresti dover sforzarti parecchio se vuoi riuscire a sentirlo. Quando poi avrai preso confidenza con il tuo bibliotecario, prova ad accarezzarlo nelle sue zone preferite, dietro le orecchie o sotto il mento, e ti accorgerai di un altro tipo di verso, una specie di risatina a bocca chiusa, che sta ad indicare che gradisce e che vorrebbe che tu continuassi.
Non si possono invece non udire i suoni che i bibliotecari emettono quando sono spaventati. In questo caso producono un gemito continuo, particolarmente penetrante e angosciante, che aumenta fino a diventare un urlo straziante quando sono estremamente spaventati o sono effettivamente aggrediti. Quando ti accorgi di questo, devi controllare se ci sono pericoli reali e in caso intervenire di conseguenza. Se non si riscontrano pericoli visibili, e si tratta probabilmente di una sua fantasia, prova a ridurre il suo stress parlandogli con tenerezza, sottovoce e senza muoverti rapidamente. Non provare ad accarezzarlo quando è in questo stato perché potrebbe graffiarti, morderti o fingersi morto.
Comportamento tipico del bibliotecario è anche l’atteggiamento di sottomissione: un bibliotecario sottomesso in genere vuole dimostrare agli altri che non rappresenta una minaccia. In questo caso tende a farsi il più piccolo possibile, ritirando la testa e il collo nel corpo nel tentativo di scomparire. Quando succede, lascialo in pace e, semmai, procuragli un posto tranquillo dove stare, preferibilmente in angoli riparati, lontano dalla luce e con una ciotola d’acqua a disposizione.
Anche se è un animale schivo e pauroso, il bibliotecario potrebbe in certi casi mostrare segni di irritazione o antipatia. Ti accorgi di questo perché inizia a scuotere rapidamente la testa da un lato all’altro, batte le mani sopra il bancone facendo un suono simile a un tamburo oppure può premersi strettamente le orecchie contro la testa e i suoi muscoli facciali appaiono tesi e contratti. Così facendo gli occhi sembrano ancora più grandi, come se saltassero fuori dalla testa. Se è davvero irritato, può anche aggredire un altro bibliotecario, gli estranei o persino te.
Dopo comportamenti di questo tipo, devi imparare anche a prestare attenzione e riconoscere i segni di rilassamento. Puoi notare quando il bibliotecario è rilassato perché tende ad accovacciarsi sul bancone con la testa poggiata sulle braccia ripiegate e con le orecchie rilassate: il bibliotecario usa le orecchie come “radar” per percepire in anticipo i pericoli e quindi, se sono in una posizione neutra, significa che è rilassato mentre se sono ritte o si muovono inquiete, significa che il tuo bibliotecario è sotto stress o comunque in uno stato di allerta.
Impara a conoscere i segni di felicità e di contentezza. Sono comportamenti divertenti da individuare: il bibliotecario può eseguire dei saltelli o dei balzi e piroette felici in aria, può mettersi a pancia in su sopra il bancone o a rotolarcisi sopra, può anche sorridere e muovere la mascella come stesse mangiando, però senza emettere alcun suono. Sono tutti comportamenti che fanno capire che sta bene, è felice e che si sta godendo la libertà di movimento senza nessuna paura.
Dopo un po’ di tempo, potrebbe capitare anche che il bibliotecario si metta a gironzolarti attorno, a leccarti, a sorridere muovendo le orecchie nella tua direzione. Questo è un segnale molto importante, perché sta ad indicare che ti sta considerando un compagno accettabile.
A questo punto, potresti fare ulteriori passi avanti nel rapporto con il tuo bibliotecario, ad esempio potresti accarezzarlo, grattarlo sulla pancia, farlo mangiare nella tua mano e anche prenderlo in braccio per fargli delle coccole, ma è fondamentale che tu impari a capire quando non vuole essere toccato o coccolato: se lo tocchi quando non gradisce, potrebbe reagire iniziando a raspare sul bancone, a divincolarsi, anche a fingersi morto: un bibliotecario che sembra morto tra le tue braccia non sta apprezzando le tue coccole, al contrario!, sta solo sperando che tu lo lasci in pace e te ne vada. La cosa giusta da fare è lasciarlo andare, senza nemmeno provare ad insistere perché diventerebbe aggressivo e potrebbe mordere o graffiare per evitare di essere preso. Evita soprattutto di allontanarlo in alcun modo dal suo bancone.
Per concludere, ricorda che con un bibliotecario devi conquistare la sua fiducia gradualmente e, una volta raggiunta questa, la parola chiave per mantenerla è rispetto, rispetto per lui e per la sua natura.
L’avvento degli strumenti di scrittura basati sull’intelligenza artificiale ha aperto possibilità inedite: velocità nella stesura, accesso a strutture narrative consolidate e un aiuto concreto nella risoluzione di blocchi creativi. Tuttavia, accanto a questi vantaggi si manifesta un rischio non trascurabile: l’appiattimento dell’espressione. Quando la generazione testuale è orientata a massimizzare chiarezza e accettabilità per un pubblico vasto, la scrittura tende a perdere le asperità, le scelte lessicali audaci e le dissonanze stilistiche che rendono un romanzo o un racconto riconoscibile e vivo.
Il fenomeno ha radici tecniche e culturali. I modelli linguistici apprendono da enormi corpora di testi e privilegiano pattern ricorrenti, formule efficaci e costruzioni che funzionano per la maggioranza dei lettori. Questo porta a una normalizzazione delle scelte stilistiche: frasi più lineari, metafore prevedibili, dialoghi che suonano familiari. Sul piano culturale, la tendenza a favorire ciò che è “sicuro” amplifica le norme dominanti, riducendo lo spazio per voci marginali o per sperimentazioni linguistiche che richiedono tempo e rischio per essere comprese.
L’effetto sull’autore è duplice. Da un lato l’AI può fungere da catalizzatore di idee, suggerendo svolte narrative e varianti di tono; dall’altro può indurre una dipendenza da soluzioni preconfezionate, scoraggiando la fatica della riscrittura e la ricerca di una voce personale. Il risultato è spesso un testo tecnicamente corretto ma privo di spigoli, un’opera che comunica ma non sorprende. In narrativa, la sorpresa, l’imperfezione voluta e la singolarità della voce sono strumenti fondamentali per creare empatia e memoria nel lettore; perderli significa impoverire l’esperienza estetica.
Contrastare questo appiattimento non richiede il rifiuto dell’AI ma un uso consapevole e critico. L’autore può impiegare l’AI come laboratorio di idee, come banco di prova per varianti stilistiche, ma deve sempre sottoporre il materiale a una riscrittura personale che reintroduca ritmo, scelte lessicali non convenzionali e riferimenti culturali specifici. È utile preservare elementi che la macchina tende a correggere: ripetizioni intenzionali, costruzioni sintattiche insolite, regionalismi e neologismi che segnano un’identità. Inoltre, lavorare con lettori umani e con editor che valorizzano la differenza aiuta a mantenere la tensione creativa.
In conclusione, l’intelligenza artificiale non è un destino di omologazione ma uno specchio che riflette le scelte di chi la usa. Se l’autore accetta passivamente le soluzioni “sicure”, la scrittura si appiattisce; se invece imposta l’AI come strumento di confronto e come punto di partenza per una riscrittura coraggiosa, può amplificare la propria voce. La sfida contemporanea è dunque culturale oltre che tecnica: difendere la pluralità delle voci narrative e coltivare l’imperfezione come valore estetico, senza rinunciare agli strumenti che la tecnologia mette a disposizione.
(Tanto per farci venire la pelle d’oca: il testo qui sopra -come pure l’immagine- sono stati generati da strumenti AI di base… )

Un ringraziamento a tutta la Giuria e l’Organizzazione della XI edizione del Premio Letterario “Caffè delle Arti” per la Mozione di Merito per il mio racconto Sentieri Fragili (che trovate qui sotto…)
SENTIERI FRAGILI
I bambini corrono felici lungo i sentieri che appartengono solamente a loro. Sono sentieri bellissimi, dove i bambini possono correre, giocare, saltare, gridare e ridere per tutto il giorno.
E sono tanti i sentieri dei bambini, e non sono mai uguali: ci sono sentieri che portano a prati verdi pieni di fiori dove i bambini si vuole ci si può fermare a guardare le farfalle che ci volano attorno, e non si sa quale abbia i colori più belli; altri portano a ruscelli che incantano i bambini con i dolci rumori delle loro mille cascatelle; altri ancora entrano in boschi e c’è nessun pericolo, con piccoli animali che scendono dagli alberi per giocare con loro. Altre volte, i sentieri arrivano in radure erbose, dove i bambini possono fare girotondi, ballare e saltare insieme, anche giocare a spingersi, tanto anche se cadono l’erba è folta, la terra è morbida e non si fanno male. Sono tanti i sentieri, proprio tanti, e non si sa se i bambini riusciranno mai a percorrerli tutti.
Però sono sentieri fragili: ogni tanto lungo uno di questi si forma una crepa che può diventare una vera e propria buca. Quando un bambino o una bambina ci cade dentro, gli altri cercano di tirarlo fuori, ma non sempre ci riescono, e allora il poveretto va giù, giù, giù, perché sono tanto profonde le buche dei sentieri fragili, nessuno sa dove vadano a finire e dei bambini che ci cadono dentro uno va a fare l’impiegato di banca, un’altra va a fare la giornalista, un altro ancora il contadino, oppure la maestra, o il soldato, o il postino, cose così.
I bambini che hanno visto andar giù i loro amici ci restano male e per un po’ rimangono a guardare la buca cattiva, poi però non ci pensano più, e riprendono a correre, giocare, saltare e gridare lungo i loro bellissimi sentieri.
Prendete il vostro buon senso, la vostra razionalità, tutti i luoghi comuni che conoscete, aggiungete anche un po’ di buon gusto e tenerezza a piacere. Mescolate il tutto, fatene un bel pacchettino, infiocchettate per bene, buttate il tutto nella tazza e tirate lo sciacquone. Avete fatto? Bene, perché questo è l’unico modo per leggere e godersi veramente “Risolza 2001-2025” di Sergio Garau, edizioni Miraggi.
Ecco, a questo punto potrei solo aggiungere che “risolza” è un coltello a serramanico sardo, e poi dovrei fermarmi, perché non so che altro dire. Sul serio, la parola vacilla nel tentare una qualche descrizione di questo libro, perché Garau (anche se non ho mai avuto occasione di vedere un suo spettacolo dal vivo) è un genio della Slam Poetry e non può essere separato dal palcoscenico, sarebbe come separare il creato dal creatore.
Potrei dire che è un libro immaginifico, poliedrico, fantasmagorico, non ai confini della realtà ma ben oltre, scritto in una ventina di lingue (di cui gran parte inventate) e sforando pure ogni tanto nell’utilizzo di diverse scritture come il cirillico, il greco e finanche l’alfabeto fonetico. Per non parlare della capacità di Garau di comporre versi utilizzando solanto caratteri grafici!
Quello di Garau è un gioco, siamo d’accordo, ma è un gioco che stupisce, diverte e fa riflettere al tempo stesso. merce fina per i tempi che corrono. E poi, se vogliamo fare i bravi saputelli e tirar fuori dei precedenti, potremmo parlare della poesia situazionista degli anni 60/70, certo, ma anche dei futuristi, di Ginsberg e altri poeti della beat generation e perfino, perchè no, dei “Cantos” di Ezra Pound. E l’errore più grande è sottovalutarlo e scartare la sua opera come una boutade o al massimo una provocazione.
Ma basta, basta, basta. Come dicevo, Garau è un poeta da palcoscenico, e lascio qui sotto un link ad una sua performance, un ‘delicato’ assaggio di quest’ineffabile autore
I
n questo post voglio parlare brevemente di Guido Petter (1927-2011) anche se in realtà non è oggi la ricorrenza della sua nascita (era nato il 20 aprile), però se ne parlo oggi 25 aprile il motivo c’è, non è che me lo sono dimenticato. (e sì: prima che me lo ricordi qualcuno, ammetto che sono in un grosso conflitto di interessi nello scrivere questo post, ma va bene così)
Guido Petter non è un nome da poco, ma se nell’ambito della psicologia è un Nome di quelli con la N maiuscola e sono in molti a conoscere la sua attività e le sue opere, sono di meno quelli che conoscono la sua attività come scrittore, soprattutto di romanzi per ragazzi (ma non solo per ragazzi. intendiamoci!) che continuano ad essere ristampati ed apprezzati anche oggi, perché in questi l’autore ha saputo coniugare la narrazione con un forte impegno storico e educativo tanto che, a mio parere, questi libri possono rientrare tra quelli che vengono chiamati romanzi “di formazione”.
Che poi tante delle storie raccontate da Petter in realtà sono storie fino a un certo punto, perché nascono dalla propria esperienza di quando, a 16 anni, si unì alla lotta partigiana in Val d’Ossola e quindi da una parte abbiamo la narrazione viva, coinvolgente, emozionante tipica del romanzo di avventura, dall’altra, non contrapposta ma fortemente unita alla prima, una testimonianza, una memoria storica che trasmette valori di solidarietà e di impegno civile e morale.
Per quanto riguarda lo stile, poi, è lineare, di lettura facile, la narrazione è esperta e il lettore viene coinvolto nell’azione in modo coinvolgente, così che alla fine resta un doppio gusto in bocca, quello di essersi goduti un bel racconto e quello di avere imparato qualcosa e di essere, sia pur di poco, migliorati.
In conclusione, libri da leggere e a qualunque età, e questo lo posso garantire: ve lo dice uno che li ha letti da ultrasessantene, e che rimpiange di non aver avuto delle letture simili quando andava a scuola.
Buon 25 aprile a tutti

Guido Petter nell’inverno 1944/45 in Val D’Ossola
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