Le scarpe del ballerino


Almerindo Fiorindo De Rigobertis è stato uno dei più noti e applauditi ballerini degli inizi del ‘900.

I suoi esordi però non furono facili: sul palco il De Rigobertis era goffo e scoordinato, non riusciva ad andare a tempo né con la musica né con gli altri ballerini, e trovava ingaggi solo in spettacoli di quart’ordine come “ballerino buffo”, dal momento che i suoi miseri tentativi suscitavano l’ilarità degli spettatori. Di questo, l’artista soffriva molto, ma sopportava perché la passione per la danza era la sua vita e pur di potersi esibire era disposto a subire anche il ridicolo.
Nel settembre del 1902, però, si presentò ad uno dei più noti impresari dell’epoca e e riuscì ad ottenere una audizione. Come racconta l’impresario: “Abitualmente non do alcuna retta a postulanti sconosciuti, ma negli occhi quest’uomo aveva un qualcosa, una certezza nelle sue capacità che mi colpì e, sia pur riluttante, gli concessi un provino. Fu incredibile, rimasi senza fiato: io avevo visto i migliori ballerini russi ed europei, ma il De Rigobertis mi lasciò senza fiato, sembrava di vedere l’arte, la grazia e la potenza di Nižinskij, Legat, Gerdt e Fokine assieme. in una sola persona”. Fu l’inizio di una carriera strepitosa, che lo portò ad esibirsi nei principali teatri d’Europa da Roma a Parigi a San Pietroburgo, e ad offuscare con le sue straordinarie ed inarrivabili capacità tutti gli altri danzatori dell’epoca, provocando una vera e propria catena di suicidi tra questi, disperati dal fatto che non sarebbero mai stati capaci di arrivare a simili altezze.
Fu una carriera però di breve durata. La polizia italiana si era accorta che in concomitanza con la presenza del ballerino nelle diverse città si verificava lo stesso, inspiegabile fenomeno: molti cittadini infatti avevano sporto denuncia affermando che, durante la notte, mentre passeggiavano, erano stati presi a calci nel sedere da qualcuno apparentemente invisibile, dal momento che girandosi per reagire contro il loro aggressore, non vedevano nessuno, ma sentivano solo un veloce scalpiccio allontanarsi.
Nella notte tra il 3 e il 4 febbraio 1907, a Forlimpopoli, la polizia appostata fuori del Gran Hotel Ordelaffi, dove l’artista pernottava riposandosi da uno degli abituali ma sempre clamorosi successi, riuscì a catturare le scarpe del ballerino mentre cercavano di rientrare furtivamente nell’albergo. Dopo il loro arresto, il De Rigobertis venne anch’esso portato in questura e dopo lunghi e pesanti interrogatori, confessò: nel 1902, disperato per la sua inabilità nella danza, aveva fatto un patto col Demonio, e il merito della sua arte non era suo ma andava alle scarpe che il diavolo gli aveva procurato e che lo facevano danzare in maniera eccelsa; in cambio, doveva impegnarsi a lasciare libere le scarpe, la notte, di uscire per andare a prendere a calci i passanti.
Questo segnò ovviamente la fine di Almerindo Fiorindo De Rigobertis, che venne condannato per le aggressioni perpetrate e trascorse gli ultimi anni in carcere, adattandosi a fare piccoli lavori di calzatura per i suoi compagni e per i secondini, Quanto alle scarpe, queste rimasero nella questura di Forlimpopoli, ma una notte riuscirono a sfondare a calci l’armadio dov’erano richiuse, fuggirono e nessuno seppe mai che fine avessero fatto.

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Fesso con la F maiuscola

Antoine-Alexandre-Henri Poinsinet (1735-1769) ai suoi tempi fu un commediografo e librettista di qualche successo, e se oggi le sue opere sono pressoché dimenticate, lui continua invece ad essere ricordato perché era Fesso, un Fesso di quelli con la F maiuscola, tanto che il suo nome divenne proverbiale e “bestia come Poinsinet” divenne un modo di dire comune in Francia.
Il fatto è che assieme ad una pressoché totale incapacità di capire i meccanismi del vivere comune e ad una credulità e ingenuità profonde, il maccabeo si portava dietro l’assoluta certezza di essere un genio e una incrollabile fede nel suo essere  superiore a tutti gli altri: una miscela esplosiva di ignoranza, dabbenaggine, stolidità, vanità e superbia che lo identificò come un Fesso di prim’ordine nei salotti parigini e che lo rese vittima di una serie di burle di prima categoria, ricordate da Jean Monnet, direttore del Théatre de la foire, nelle sue memorie. Vediamone qualcuna, tanto per avere un’idea di quanto fesso fosse costui.
Possiamo partire da quando alcuni “amici” lo convinsero che il re di Prussia aveva intenzione di affidargli l’educazione del principe reale ma che per questo avrebbe dovuto abbandonare la religione cattolica e abbracciare il protestantesimo. Poinsinet abboccò subito, esca, amo e tutta la lenza, e addirittura abiurò in una cerimonia celebrata da un falso pastore luterano che gli fecero credere fosse arrivato clandestinamente in Francia. Quando la beffa fu rivelata, il drammaturgo voleva denunciare gli autori dell’imbroglio, ma la paura di aumentare il ridicolo lo tenne sconsideratamente a freno.
Sconsideratamente perché gli stessi, tempo dopo, gli fecero credere di  aver ucciso un gentiluomo in duello anche se in realtà aveva appena sguainato la spada. Non solo: lo convinsero anche che per questo omicidio era stato condannato all’impiccagione,  gli fecero leggere una falsa sentenza e pagarono un falso banditore perché passasse sotto le finestre della sua casa dando la notizia della condanna.  Poinsinet allora si travestì da abate, si fece tonsurare e andò a nascondersi fuori Parigi. I buontemponi continuarono lo scherzo fino quando, dopo avergli fatto assumere i ruoli più ridicoli per continuare la sua latitanza, gli dissero che il re, visto che era un grande poeta, orgoglio della Francia, gli aveva concesso il perdono. E qui la cosa rischiò di finire male perché il fesso scrisse al re per ringraziarlo e il re stava per farla pagare ai mattacchioni, non tanto perché avevano messo in ridicolo Poinsinet, ma perché non gli era piaciuto che qualcuno osasse il suo nome per ridere senza di lui.
Lo scherzo però a mio parere più bello, se non altro per la durata, fu quando i soliti burloni gli annunciarono che l’Imperatrice di Russia intendeva nominarlo membro dell’Accademia di San Pietroburgo, ma che prima, per poter godere pienamente dei benefici concessi dalla zarina, avrebbe dovuto imparare il russo e a questo scopo, si affidò ad un insegnante di lingua russa,  studio e si applicò  duramente per ben sei mesi, e forse sarebbe andata ancora di più se non fosse successo che Poinsinet incontrò casualmente un ufficiale russo autentico e ci rivolse la parola senza che questo capisse nulla -e d’altra parte neanche lui capiva quel che diceva il russo. Come mai? Niente di particolare, solo che in tutti quei mesi l’insegnante, che gli era stato presentato dai soliti “amici”, non gli aveva insegnato il russo ma… il bretone, lingua senza dubbio interessante ma, ahimé, poco adatta per l’Accademia di San Pietroburgo. Kaezh droch!

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Ho conosciuto la storia di Poinsinet in: L’école des malins, di Jean-Charles, Presses de la Cité, 1964.
Informazioni più approfondite sono disponibili su Wikipedia francese.
Le Mémoires di Jean Monnet sono consultabili su Gallica.
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Golf sotto le bombe, sir.

 

Che gli inglesi siano famosi per il loro humour e per la loro imperturbabilità sembra proprio non sia solo un luogo comune, e il documento qui di fianco lo testimonia.

Si tratta delle “Regole transitorie” stabilite  nel Golf Club di Richmond nel 1940, quando il campo da golf (che dista poche miglia dal centro di Londra) venne colpito dai bombardamenti della Luftwaffe e alcuni soci stabilirono appunto una serie di comportamenti per fare fronte ad inconvenienti del genere, per primo quello in cui si chiedeva ai giocatori di provvedere alla raccolta di bombe e  schegge di granata perché queste non potessero danneggiare le macchine per tagliare l’erba.

Si stabiliva poi, tra le altre cose, che non venissero penalizzati quei giocatori che, durante il bombardamento, interrompevano il gioco per mettersi al riparo, così come non erano previste penalizzazioni quando una palla veniva mossa a causa dell’azione del nemico, oppure doveva essere rimpiazzata perché distrutta o andata perduta. Quando invece la palla finiva in un cratere, venivano indicate le modalità per recuperarla sena incorrere in penalizzazioni, mentre invece se il tiro di un giocatore veniva disturbato dalla simultanea esplosione di una bomba, il tiro poteva essere ripetuto, però il giocatore veniva penalizzato di un colpo. 

Probabilmente queste regole erano state scritte in modo ironico (e auto-ironico), ma Joseph Goebbels, ministro della Propaganda di Hitler, le prese sul serio (si sa che nazisti  e senso dell’umorismo non vanno tanto d’accordo…) e disse che era un ridicolo esempio di eroismo falso  e che in realtà potevano giocare senza pericoli, “perché, come tutti sanno, l’Aeronautica Militare tedesca si dedica solo alla distruzione di obiettivi militari e di obiettivi importanti per lo sforzo bellico”. Più avanti però, in un altro bombardamento, le bombe tedesche colpirono di nuovo il Club e ne distrussero la lavanderia… quando si dice il caso, eh?

Fonte: il sito ufficiale del Golf Club di Richmond (da cui è anche stata tratta l’immagine)

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se poi ‘sto genere di roba piace…
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Di corsa!

 Il Prato della Valle a Padova è una delle piazze più conosciute al mondo. Però chi pensa di vederlo ora come fosse sempre stato così, sbaglia. La forma che ha ora risale al 1797, e fino a quel tempo era stata una semplice spianata utilizzata per vari e diversi scopi: era stato luogo di riunioni  pubbliche e funzioni religiose, mercato (beh, questo è durato nei secoli…), sede di un teatro nel periodo romano, fiere di bestiame, ecc. ecc.

Venne anche utilizzato come pista per corse di cavalli (e non solo cavalli, come vedremo…) in ricorrenze particolari  a iniziare dal 1275 quando il comune stabilì che ogni 12 giugno (ricorrenza della caduta di Ezzelino) si tenesse una corsa di cavalli barberi (che qui si deve intendere come cavalli sciolti), e il premio al vincitore consisteva in un panno scarlatto lungo 12 braccia, chiamato palio, perché il pallium era il mantello rosso che Romani portavano sulle spalle. Un’altra occasione di corse celebrative fu, dopo il 1420, il 17 settembre di ogni anno, per festeggiare l’unione di Padova alla Serenissima. 

Alcune di queste corse non riguardavano solo i cavalli sciolti,  ma anche le corse dei cavalli con fantini, le corse molto popolari delle carrette o delle bighe, la corsa degli asini e la corsa delle… meretrici!  Personalmente, non ho mai avuto nessun altro riscontro né in Italia né nel resto del mondo  di  una corsa con questo genere di concorrenti,  anche se pare fosse molto apprezzata,  organizzata soprattutto per far bella figura ospiti illustri: le cronache ricordano che nel 1667,  in occasione dei festeggiamenti a Ferdinando Duca di Baviera e Carlo Emanuele di Savoia  che erano venuti a Padova ospiti di Pio Enea degli Obizzi,  venne organizzata ” una solenne corsa di barberi, ronzini, asini e donne da partito” (termine abitualmente usato per definire le prostitute).

Certo, si trattava di una cosa ignobile, ma all’epoca il rispetto delle persone e della dignità umana era quello che era -soprattutto delle donne in generale, figuriamoci poi delle prostitute… Tempi andati, speriamo, anche se ogni tanto qualcosa del genere disgraziatamente salta ancora fuori.

 

Cfr.  O. Brentani, Guida di Padova, 1891

 

PS
A dir la verità, erano importanti anche le corse dei lacché, ma di questo ne parleremo un’altra volta…

 

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se poi ‘sto genere di roba piace…

 

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Successi letterari di grandi dittatori

Uno dei libri più venduti nella storia è stato senza dubbio il Libretto Rosso, ovvero le “Citazioni dalle opere del presidente Mao Tse-tung”, pubblicate per la prima volta nel 1963, una raccolta di aforismi e citazioni di vario genere e argomento, dalla politica alla questione femminile all’allevamento nelle fattorie alla necessità di tenersi allenati nel lancio di granate. Libro must della Rivoluzione Culturale, negli anni della contestazione conobbe una enorme popolarità, venne tradotto e venduto praticamente dovunque (ne avevo anch’io una vecchia copia in una cassa in garage) e si stima che sia il secondo libro più più venduto dopo la Bibbia.

Naturalmente, fu in Cina che il Libretto conobbe la sua massima diffusione anche se la sua popolarità era per così dire… diciamo un po’ guidata, ecco. Certo, lo studio del pensiero di Mao non divenne mai ufficialmente un obbligo di legge, come il Ruhnama di Niyazov, però il fatto che fosse una materia scolastica obbligatoria in tutti i gradi e e dovunque si facesse formazione, dalle campagne alle fabbriche all’esercito, beh, sì, questo contribuì alla vendita del libro.

Un altro buon incentivo alle vendita fu che, anche se nemmeno l’obbligo di possesso dell’opera del Grande Timoniere fu mai sancito per legge…, beh, non era un caso che le dimensioni stesse del libretto fossero state studiate apposta per poterlo sistemare nella tasca superiore della zhongshanzhuang, la cosiddetta “giacca maoista” in uso all’epoca, (anche sui dittatori come influencer di moda ce ne sarebbe da dire…) così come non era un caso che le Guardie Rosse potessero chiedere a chiunque di esibire il libretto e di prendere a bastonate o addirittura spedire in campi di lavoro forzato (di “rieducazione”) quelli che non l’avevano con sé.  Esempio di come talvolta alla libertà di scrittura si dovrebbe accompagnare la libertà di lettura…

Il Libretto Rosso conobbe diverse edizioni negli anni e diverse parodie (tra queste I pensieri del generale, spassose citazioni di De Gaulle, altro libercolo che avevo, chissà che fine ha fatto) e vanta anche diversi tentativi di imitazione, come lo slogan della Settimana Enigmistica.

Una di queste imitazioni fu quella di “Papa Doc” Duvalier, dittatore di Haiti, che, volendo entrare anch’egli nella rosa dei grandi scrittori rivoluzionari, nel 1968 diede alle stampe le sue Oeuvres essentiels, che imitavano il Libretto di Mao anche nelle dimensioni e nel colore rosso della copertina. Deluso dalle scarse vendite, non potendo servirsi di servigi come quelli delle Guardie Rosse (a differenza di queste ultime, che sapevano leggere e scrivere, i Tonton macoutes di Papa Doc difficilmente sarebbero stati in grado di distinguere le  Oeuvres essentiels da un fumetto di Topolino), il dittatore trovò ugualmente il modo di rendere popolare il proprio lavoro: fece consegnare una copia del libro a tutti i dipendenti statali -e fece pure trattenere 15 dollari dal salario di ognuno, ça va sans dire.

 

Fonti:

  • Wikipedia
  • K. Shaw, Power Mad!, Michael O’Mara books, 2004
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Il violinista dimenticato

Anche se il suo nome viene pronunciato raramente e sempre con qualche imbarazzo da parte di critici e musicisti contemporanei, Gualberto Rigadoni è stato un violinista eccezionale, probabilmente il virtuoso più dotato e capace del ventesimo secolo.
Rigadoni iniziò a suonare il violino all’età di 3 anni e già a 5 si esibiva suonando sia da solista che in compagini orchestrali e prima di arrivare alla maggiore età aveva già raggiunto una fama tale da essere considerato alla pari se non superiore al grande Paganini.  Raccolse sempre enormi successi e unanimi riconoscimenti sia del pubblico che della critica anche se la sua capacità espressiva e la sua padronanza tecnica erano talmente eccelse da causare tra gli altri violinisti, anche quelli più importanti e quotati, una vera sindrome depressiva che in diversi casi portò al suicidio degli sventurati. 
Divenne anche enormemente ricco grazie ai suoi ingaggi per cifre esorbitanti, poteva chiedere qualunque cifra per le sue prestazioni ed era sempre accontentato, così come era richiestissimo e conteso da tutte le più prestigiose orchestre e rimase famosa nelle cronache la lite furibonda al foyer dell’Opera di Parigi tra Carlos Kleiber e Leonard Bernstein, finita a pugni e calci tra i due maestri che si contendevano la firma dell’artista.
Al culmine della sua gloria, per poter “vivere meglio” il proprio strumento, Rigadoni in una clinica svizzera si fece innestare il suo amato violino (un Guarneri del Gesù del 1737) direttamente sulla spalla sinistra, mentre la mano destra venne amputata e sostituita da un archetto in ebano. Il dover convivere con questi strumenti come appendici del suo corpo utilizzandoli anche durante le incombenze di vita normali, come guidare la macchina, lavarsi, mangiare, ecc., accrebbe ancor più la sua maestria e padronanza dello strumento anche se, va detto, non riuscì più a trovare un sarto che gli confezionasse un frac su misura ed era costretto ad esibirsi in accappatoio.
Pur attraverso le comprensibili critiche e accuse utilizzo di mezzi immorali, la scelta radicale operata del Rigadoni venne accettata in nome della indiscutibile qualità delle sue esecuzioni che raggiunse vette fino ad allora impensabili. Questa scelta fu però anche l’inizio della sua fine quando scoppiò lo scandalo Henriquez Dedoshierro, un chitarrista classico spagnolo che seguendo l’esempio del grande violinista si era fatto innestare al posto delle dita delle mani dei sottili plettri d’acciaio e che ebbe un’emorragia fatale scaccolandosi il naso.
Critici e nemici del Rigadoni tornarono all’attacco, l’opinione pubblica li seguì e in ogni stato vennero approvate leggi che vietarono gli innesti e trapianti nel corpo umano di strumenti  a scopo musicale. In questo modo, il violinista cadde in disgrazia, non trovò più nessun ingaggio e finì esibendosi per  pochi soldi come fenomeno da baraccone in piccoli circhi di periferia.

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L'odore dei pesci

I tutti i biografi sono concordi nello stabilire che fu quasi per caso che Olindo Martinoni divenne l’importante ricercatore che tutti conoscono e che ci lasciò il poderoso trattato “Odore dei pesci“, ancor oggi riferimento unico e principe per tutti gli studiosi di psarimirodiologia.

All’epoca, nel 1922, il Martinoni era un semplice pescatore a fiocina che grazie alla potenza dei polmoni (poteva restare sott’acqua in apnea per oltre 10 minuti) si occupava anche del recupero di oggetti perduti in mare sul litorale toscano tra Piombino e Follonica. Fu qui che una mattina si imbatté in una squadra di studiosi dell’Università di Genova che cercavano di stabilire i tempi di decomposizione di una cernia in base al cambiamento di odore. 
Interpellato dagli studiosi per sapere da quanto tempo, in base alla propria esperienza, la cernia era stata pescata, Il Martinoni rispose che non si intendeva di pesci morti, lui quello che pescava lo portava subito al mercato, però fece loro notare che l’odore della cernia da viva, in mare, era alquanto diverso, era molto buono ricordava il gelsomino in fiore ma che, come tutti i pesci perdeva il suo odore quando usciva dall’acqua. Stupiti, gli studiosi vollero saperne di più e così scoprirono che l’uomo aveva la capacità unica di sentire gli odori anche sott’acqua, e la loro meraviglia a sua volta stupì il pescatore, che pensava fosse questa una capacità comune a tutti gli esseri umani.
Fu grazie a questo incontro che l’abilità del Martinoni venne adeguatamente sfruttata, e sotto la guida degli stessi studiosi iniziò un lavoro di ricerca e studio che durò per parecchi anni e che portò ad identificare l’odore naturale che i pesci hanno nel loro habitat. Quasi tutta la fauna ittica delle coste tirreniche e del mar Ligure venne annusata e opportunamente schedata, ed è solo grazie al Martinoni che possiamo sapere ad esempio che la spigola ha un odore pungente di erba tagliata, il cefalo invece profuma come le bucce di agrumi, il dentice ha un aroma penetrantedi pipì di gatto siamese,  il tonno sa di olio combusto, ecc. ecc…: gli appassionati possono sempre rifarsi allo studio già citato per avere riferimenti completi. 
Va detto che non fu una ricerca semplice e che ci furono studiosi (di altre università) che non vollero riconoscerne la piena validità scientifica in quanto non ci poteva essere alcuna verifica oggettiva, e insinuavano che la ricciola magari non odorava veramente di aceto di mele, come affermava il Martinoni, e che poteva anche odorare di pneumatico bruciato, o di sapone di Marsiglia. Col tempo però i detrattori, non potendo a loro volta confutare il lavoro fatto, ritirarono le loro accuse e ormai tutto il mondo scientifico è concorde nel riconoscere i meriti del pescatore toscano e la validità della ricerca svolta.
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L'uomo che si scioglie

 L’uomo brodo

Come racconta egli stesso, fu nel periodo della pubertà che Evarisio Prabella  si accorse che in determinate occasioni, quando era accaldato per essere stato troppo al sole o dopo una partita di calcio con gli amici, la normale sudorazione non si fermava ma anzi persisteva e l’intero suo corpo tendeva a sciogliersi e tornava alla condizione originaria solo quando lui oppure l’ambiente attorno a lui subiva un raffreddamento.
Quando ne parlò a casa, allarmato perché pensava ad una grave malattia, fu suo padre a tranquillizzarlo spiegandogli che c’erano già stati diversi altri casi come il suo in famiglia e che non c’era niente di cui avere paura anche se, naturalmente, c’erano da prendere alcune necessarie precauzioni. In questo modo, con l’appoggio di tutta la famiglia, Evarisio fu pronto ad affrontare e convivere con il suo singolare disturbo quando questo, verso i vent’anni,  si stabilizzò e divenne cronico. 
Da quel periodo in avanti, fino a oggi e si spera per molti altri anni ancora, Evarisio Prabella  vive nella singolare condizione di potersi trasformare, in presenza di fonti di calore sia naturali che artificiali, in un vero e proprio brodo di carne. Per ovviare a questo, l’uomo porta sotto gli abiti un impianto di refrigerazione a batteria che mantiene il suo corpo ad una temperatura ideale di 1-2 gradi sopra lo zero, permettendogli in tal modo di aver una vita perfettamente normale, un buon lavoro e diverse attività sociali e culturali.
Quest’impianto di refrigerazione però alle volte diventa un po’ fastidioso e allora, quando non ha obblighi di lavoro o di altro genere, Evarisio preferisce non utilizzarlo. La cosa in genere non crea problemi perché la sua trasformazione non avviene in modo immediato ma si sviluppa gradualmente e lui ha tutto il tempo di porci rimedio abbassando in qualche modo la temperatura del corpo o semplicemente recandosi in un luogo più freddo. Ad esempio, nel quartiere dove abita, soprattutto nelle afose giornate d’estate, capita di vederlo entrare nella bottega del macellaio per chiedere di ospitarlo per un po’ nella cella frigorifera o di entrare in un bar e chiedere di poter accomodarsi nella cassa dei gelati fino al ripristino della sua condizione, e va detto che queste son richieste che vengono esaudite con piacere e lui è una persona simpatica, è benvoluto da tutti nel quartiere ed è un piacere stare in sua compagnia.

A casa però, nella tranquillità dell’ambiente domestico, confessa che gli piace alzare per un po’ il termostato fino ad una temperatura attorno ai 26 gradi, perché a quella temperatura il suo corpo si trasforma in una specie di gelatina che, pur permettendogli le normali attività, gli risulta particolarmente gradevole e rilassante anche se deve stare attento a non addormentarsi davanti alla televisione per non risvegliarsi colato sul pavimento. E poi Evarisio, che non si è mai sposato e vive da solo, ama i bambini e i suoi nipotini sono sempre contenti di andare a trovare lo zio perché gli ficcano le dita nel corpo e ridono come matti quando tirano via di colpo il dito e il corpo dello zio fa “flusc!” quando si richiude. A dir la verità, le dita infilate gli fanno solletico, ma lui lascia fare perché gli piace troppo sentire i bambini ridere. 

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Un prete fra le nuvole

Il prete della pioggia

Fulgenzio Battistini, nato nel 1902 e morto nel 1981,  fu un sacerdote per molti versi anomalo e altri versi un verso precursore: sono molti infatti al giorno d’oggi gli ecclesiastici che, vuoi per stare più vicino e fare da guida ai propri fedeli, vuoi per mantenere in esercizio il proprio corpo (considerato anch’esso un dono di Dio), si occupano attivamente di attività sportive di vario genere, ma Don Fulgenzio fu uno dei primi in queste attività.

Fin dagli anni del seminario infatti fu un valente alpinista, rocciatore, sciatore, marciatore e podista, ed ottenne persino una dispensa vescovile per poter frequentare palestre dove praticò con successo non solo svariate specialità di atletica ma anche pugilato, lotta greco-romana e sollevamento pesi. Nominato nel 1938 cappellano militare presso il Reggimento paracadutisti “Fanti dell’aria”, Don Fulgenzio non esitò a seguire anch’egli i corsi di formazione e divenne anch’egli un paracadutista provetto tanto che, anche se naturalmente non partecipò direttamente alle azioni, seguì i militari in diverse operazioni  e missioni belliche.
Dopo la guerra, anche se non più inquadrato nell’esercito, il sacerdote continuò, sempre con apposita dispensa vescovile, a praticare il paracadutismo e divenne noto nell’ambiente come “Il prete della pioggia”, per la sua singolare abitudine di farsi portare sopra annuvolamenti a bassa quota, forieri appunto di pioggia, e da lì lanciarsi, aprire il paracadute e poi atterrare passando attraverso le nuvole stesse.
Fu solo dopo la morte di Don Fulgenzio che si comprese il motivo di questa abitudine, quando il Vescovo da cui dipendeva -e che era l’unico a conoscerne il segreto, rivelò che il prete durante la discesa, nel momento dell’attraversamento delle nuvole, estraeva un aspersorio che teneva ben celato in uno zainetto frontale e procedeva alla benedizione della nuvola in cui si trovava. In questo modo la benedizione, secondo le intenzioni del sacerdote e del suo superiore, si sarebbe allargata a tutta la nube e, con la successiva pioggia, sarebbero state benedette una grandissima quantità di persone, animali, luoghi e cose che sarebbe stato praticamente impossibile benedire singolarmente.
A tutt’oggi le autorità ecclesiastiche non si sono ancora espresse su questa forma di benedizione, e la causa di beatificazione di Fulgenzio Battistini, nonostante le pressanti richieste del Vescovo prima e dei suoi successori poi, resta ancora in sospeso.

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Vittima del muschio

Come ebbe a raccontare in una rara intervista concessa al settimanale “La Domenica Italiana” nel 1951, fu nel settembre del 1948 che Tarcisio Tavagnacchi si accorse che il muschio stava incominciando a crescere su di lui: all’inizio si era trattato di piccoli pezzi di muschio che si attaccavano alle scarpe e che poteva facilmente scuotere via, ma col tempo la crescita del muschio divenne sempre più aggressiva e incominciò a diventare un vero problema.

Infatti, il muschio prese a crescere sempre più in fretta e sempre più resistente e se non veniva strappato via, in poche ore cresceva rapidamente sopra il lato esterno della scarpa e si arrampicava poi lungo i calzini e la gamba, e il fatto che la crescita del muschio avvenisse all’esterno dei pantaloni e non all’interno complicava le cose perché era difficile tenere nascosta la cosa.

Fu in quel momento che cominciarono le disgrazie per il poveretto. Per prima fu la moglie ad abbandonarlo andandosene di casa con la figlia dodicenne per paura che si trattasse di una malattia contagiosa. Poi al lavoro il Tavagnacchi (che ricopriva il ruolo di impiegato semplice al Provveditorato), era costretto sempre più spesso ad allontanarsi dallo sportello per recarsi in bagno per strapparsi di dosso il muschio, attirando la curiosità dei colleghi che alla fine se ne accorsero e fecero rapporto e di conseguenza il Direttore, pensando comprensibilmente al disdoro che arrecava all’ intero Istituto, fu costretto a licenziarlo.

Dopo un tentativo fallito di lavorare come fenomeno di baraccone in qualche circo (a nessuno piace star fermo delle ore a vedere il muschio che cresce, sia pure addosso ad una persona), il Tavagnacchi venne assunto da un’associazione di Giovani Esploratori che lo portavano con loro nelle escursioni utilizzandolo come bussola umana per individuare il nord. Purtroppo, un Capo Scout si accorse che sull’uomo il muschio non cresceva a nord, ma era lui stesso che si posizionava correttamente servendosi di nascosto di una normale bussola da pochi soldi e per questo venne licenziato anche da quest’ultimo lavoro.

Sopraffatto dalla vergogna e abbandonato da tutti, Tarcisio Tavagnacchi nel febbraio del 1952 si recò in un bosco sulle colline del Monferrato e lì si lasciò crescere addosso il muschio fino a morirne soffocato.

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