Quando Tom Robbins, nato in North Carolina il 22 luglio 1932, incominciò ad interessarsi di letteratura, probabilmente si immaginava una carriera diversa. Dopo la scuola superiore, si iscrisse prima all’Accademia Militare di Hargrave e poi alla Washington and Lee University per specializzarsi in giornalismo. Nel 1953 si arruolò nell’aeronautica militare, prese parte alla guerra di Corea e alla fine di questa continuò il servizio militare in Nebraska. Lasciata la divisa incominciò a lavorare come giornalista e critico d’arte.
Una vita borghese, senza alti né bassi, che cambiò nel 1967 quando scrisse una recensione memorabile di un concerto dei Doors ed entrò in contatto col mondo della controcultura psichedelica. Al suo editore che gli aveva commissionato un libro sulla storia dell’arte del Northwest, rispose che no, lui voleva scrivere il suo primo romanzo, che fu Uno zoo lungo la strada, che lui stesso poi definì “un intrattenimento apocalittico, una suspense metafisica”. Poco tempo dopo, visto che i Doors non bastavano, divenne amico di Timothy Leary, psicologo e e sostenitore dell’uso dell’LSD, che gli trasmise l’interesse per quello che all’epoca si chiamava “espandere i limiti della coscienza”, e lo stesso Robbins ha riconosciuto che le sue esperienze con le droghe psichedeliche hanno influenzato sia il proprio stile di scrittura che la sua visione del mondo.
I critici (quelli bravi o sedicenti tali) definiscono Tom Robbins come un eccentrico “postmoderno” (termine che io non ho mai digerito, non ho mai capito bene cosa voglia dire) e chiamano i suoi romanzi “seriocommedie” o “commedie drammatiche”, però io credo che sia impossibile, oltre che inutile, cercare inquadrare i romanzi di questo autore in un qualche modo: il suo stile è unico, un mix di umorismo, filosofia, surrealismo, con l’accento sulla libertà individuale e la ribellione contro le convenzioni sociali. A questo aggiungiamo una fantasia senza limiti, personaggi incredibili, una grossa dose di autoironia e di allegria, mischiamo il tutto e abbiamo lo stile di Robbins che in una intervista si raccontò in questo modo: “Io discendo da una lunga stirpe di predicatori e poliziotti. Ora, è risaputo che i poliziotti sono bugiardi congeniti, e gli evangelisti passano la vita raccontando storie fantastiche in modo tale da convincere persone altrimenti razionali che queste storie sono vere. Quindi, immagino che le mie inclinazioni narrative arrivino in modo naturale”.
Non è uno scrittore prolifico, Tom Robbins, finora ci ha lasciato una decina di romanzi, tra cui voglio ricordare Natura morta con picchio, Profumo di Jitterbug, Il nuovo sesso: cowgirl, Beati come rane su una foglia di ninfea, Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi e qualche saggio, tra cui Il fungo magico, in cui l’autore parla dell’amanita muscaria e la identifica nel fungo mangiato da Alice.
Però ha fatto, e fa, tante altre cose, tra le quai vorrei menzionare la dirigenza del Greater Seattle Bureau of Fearless Ideas, “un centro di scrittura e tutoraggio senza scopo di lucro dedicato ad aiutare i giovani, dai 6 ai 18 anni, a migliorare le loro capacità di scrittura creativa ed espositiva, e ad aiutare gli insegnanti a invogliare i loro alunni a scrivere”. Mica male nell’era di Internet!
Vi lascio con la trascrizione del prologo di Natura morta con picchio (che poi è il romanzo che ho amato e amo di più di Robbins).
PROLOGO
Se non ci riesce questa macchina da scrivere, allora vaffanculo, non si può fare.
Questa è la Remington SL3, la risposta alla domanda: “Cos’è più difficile, leggere I fratelli Karamazov ascoltando Stevie Wonder o cercare uova di Pasqua sulla tastiera d’una macchina da scrivere?”
Questa è il classico cacio sui maccheroni. La fragolina sulla panna montata. Il settebello.
Lo sento che il romanzo dei miei sogni se ne sta qui dentro la SL3 – anche se scrive molto più in fretta di quanto io sappia sillabare.
E pazienza se la settimana scorsa il mio dito dattilografo è stato pizzicato da un granchio di terra gigante. Questa pupattola parla Shakespeare elettrico alla benché minima provocazione, ti sbatte fuori una cartella e mezzo solo a guardarla.
“Cos’è che cerca in una macchina da scrivere?” mi domandò il venditore.
“Qualcosa di più delle parole” replicai “Cristalli. Voglio mandare ai miei lettori bracciate di cristalli, alcuni color delle orchidee e delle peonie, altri che captano i segnali radio d’una città segreta metà Parigi metà Coney Island.” Mi consigliò la SL3.
La mia vecchia macchina da scrivere si chiamava Olivetti. Conosco uno straordinario giocoliere di nome Olivetti. Nessuna parentela. Anche se esiste un’analogia tra l’arte del giocoliere e lo scrivere a macchina. Un trucco, insomma: se ti si spande qualcosa, fallo sembrare parte dello spettacolo.
Ho nella credenza, chiusa a doppia mandata, l’ultima bottiglia di Anais Nin (etichetta verde) che sia stata contrabbandata da Punta del Visionario prima della sommossa. Stasera stappo. Ne inietterò dieci c.c. in un lime maturo, all’indigena. Ci succhierò. E poi via… Se non ci riesce questa macchina da scrivere, parola mia non si può fare.
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