Le ultime parole di Albert Einstein

EinsteinOggi, 3 marzo, ricorre l’anniversario della nascita di quel grande che fu Albert Einstein, una delle menti più geniali del XX secolo (vabbé… in realtà io preferisco Bohr e Feynman, ma questa è un’altra storia).

Oltre a essere quel po’ po’ di fisico che fu, era un filosofo e pensatore di prima categoria, famoso anche per i suoi efficaci aforismi, del tipo “L’immaginazione è più importante della conoscenza”, “Dio non gioca a dadi”, “Non mi preoccupo mai del futuro, arriva sempre abbastanza presto”.

Inoltre era ben cosciente della sua importanza e dell’attenzione che gli riservava il mondo e per questo probabilmente aveva anche riflettuto su quali sarebbero potute essere le sue ultime parole da lasciare in eredità. E in effetti le pronunciò ma, scalogna porca, nessuno saprà mai quali fossero: Einstein morì il 18 aprile 1955, in un ospedale di Princeton, nel New Jersey, e come testimoniò l’infermiera che lo accudiva quella notte, prima di morire pronunciò diverse parole. Purtroppo le pronunciò in tedesco, lingua che l’infermiera non conosceva e che quindi non riuscì assolutamente a ricordare.

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Le corna del borghese

Negli anni venti e trenta, quando c’era Lui, come vivevano gli italiani le corna? Domanda legittima, visto che proprio a Lui si attribuisce il noto “I cornuti hanno sempre torto!”.

E allora ecco qua una rassegna di vignette dell’epoca, in cui le vignette umoristiche cercano di rendere leggero un argomento che, in Italia, è sempre stato pesantuccio – vedi la normativa troppo a lungo sopravvissuta sul delitto d’onore, e metti come sottofondo la Cavalleria Rusticana.

PS
Le vignette sono tratte da numeri del Travaso delle Idee (anni 1929-1932) e del Bertoldo (1936-1939) ma molte delle vignette sono a loro volta tratte da altre riviste dell’epoca.
Purtroppo la qualità delle riviste orginali non ha permesso una riproduzione migliore… in caso, guardatele a schermo intero

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Isadora Duncan – le ultime parole famose

isadora duncan88 anni fa, il 14 settembre del 1927, moriva la danzatrice  Isadora Duncan, una delle artiste che rivoluzionò il concetto di danza e lasciò una traccia indelebile in quest’arte.

Viene ricordata anche per le particolari circostanze della morte: alla guida della sua macchina sportiva, una Amilcar CGS, finì strangolata quando le lunghe frange della sciarpache indossava si impigliarono in piena corsa tra i raggi della ruota posteriore.

Le sue ultime parole, salutando gli amici mentre montava sulla vettura, furono: “Addio amici! Vado verso la gloria!” (…quando si dice, eh?)

Non è mai stato provato che abbia lavorato per la Telefunken, checché ne dicesse John Lennon…

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Carl Panzram – le ultime parole famose

Carl Panzram era un tipino mica male… uno psicopatico da manuale, passato giustamente alla storia: 21 omicidi (almeno quelli confessati) con diverse modalità e tecniche ma quasi sempre più per propria soddisfazione che per altri moventi: c’è stato quello a cui ha rotto la testa contro un muro,  quelli che si portava via in barca, li ammazzava e poi li buttava a mare, quelli che prima faceva a pezzi con un machete e poi dava da mangiate ai coccodrilli…

Gli piaceva anche violentare le vittime prima di ammazzarle, ma al processo affermò che i maschi da lui sodomizzati erano stati più di 1000, e non tanto per ricavarne un piacere sessuale quanto come forma di umiliazione e tortura.

Sulla forca, prima di essere impiccato, le sue ultime parole furono per il boia: “Avanti, sbrigati, zappaterra bastardo! Potrei fare fuori dieci persone mentre tu te me stai là a perdere tempo!”. Era il 5 settembre 1930.

Ah, era anche un ladro patentato ma al giorno d’oggi, in Italia, questa è una cosa più da politico o da amministratore delegato che da delinquente.

Per una storia completa di questo bel tipino: Wikipedia (in inglese) oppure una bella biografia a cura di Luigi Pacicco su Occhirossi.it.

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Pancho Villa – ultime parole

Il rivoluzionario messicano Pancho Villa,  era ben cosciente del suo ruolo nella storia e quando venne assassinato a Porral a bordo della auto il 20 luglio 1923 assieme ad alcune delle sue guardie del corpo e al colonnello M. Trillo, sembra abbia detto:
“Non lasciate che finisca così! Raccontate in giro che ho detto qualcosa!”

Per approfondire: Un rivoluzionario chiamato Pancho di Paco Ignacio II Taibo

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Colpolenta (Piemonte) – Un santo mai esistito

Raccontano le cronache medievali che attorno all’anno mille le valli piemontesi attorno a Colpolenta furono ricettacolo di una setta di eretici che seguivano gli insegnamenti di Fra Anchestino, un monaco fuggito dalla Germania che predicava l’inutilità della venerazione delle reliquie dei santi quando queste non fossero riunite in quello che lui chiamava “il corpo unico della santità”.

Questi eretici quindi imperversarono in tutta la regione violando chiese, conventi, abbazie e altri luoghi di culto per trafugarvi le varie reliquie conservate: a Viderna rubarono la mano di Santa Eufronea, a Castelpino la gamba di San Ermenaldo, a Premiglio il cranio di San Zelbino, a Pometello il malleolo di Sant’Isidonzo, a Crepaggio la cistifellea di Santa Bradigarda, a Turlengo i glutei di San Fermone, a Fontarina le trecce di Santa Giomitilla e via di questo passo finché il vescovo di Torino non bandì una crociata contro Fra Anchestino e i suoi seguaci. Questi vennero sorpresi e catturati in una grotta appunto sotto Colpolenta, che serviva loro da rifugio e da tempio.

Pochi sopravvissero, tra cui Fra Anchestino che venne messo al rogo nel 1012 nella piazza di Colpolenta. Non si riuscì invece a recuperare le reliquie trafugate, o meglio non si riuscì ad identificarle dato che gli eretici nel loro sacrilegio avevano unito i diversi pezzi dei vari santi con impeciature, colle, cuciture, legacci, rappezzi, ricami, fino a formare un corpo unico completo di tutte le parti e ormai praticamente indivisibile.

Le autorità ecclesiastiche locali non sapevano come comportarsi e si rivolsero quindi a Roma. Il Pontefice si attenne al principio “da molti uno solo”, “e pluribus unum”, e decise che alle reliquie così raccolte sarebbe stato dato il nome di San Composito, protettore di Colpolenta e di tutte le altre chiese, conventi, ecc. che erano stati saccheggiati dagli eretici. Il corpo di San Composito venne quindi conservato nel duomo di Colpolenta dove è tuttora oggetto di culto e venerato come patrono dei chirurghi e dei solutori di puzzle.

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VENEZIA Il gondoliere pigro

Un tempo a Venezia i gondolieri remavano come tutti gli altri rematori, cioè seduti e con due remi, e il perché le cose siano cambiate ce lo racconta la storia di Anzoleto, il gondoliere pigro.

Anzoleto era il più bravo gondoliere di tutta Venezia, conosceva a memoria tutti i canali e tutti i rii, sapeva tutto delle maree, delle correnti e dei movimenti delle acque, tanto che, quando doveva portare qualcuno in qualche luogo, dava un paio di colpi di remo, sistemava la gondola in un certo modo e diceva: “Bon, desso ne porta la corente”, poi chiudeva gli occhi e si addormentava e la gondola arrivava regolarmente a destinazione.

L’abilità e la fama di Anzoleto erano tali che i nobili facevano a gara per farsi portare da lui, compensandolo con borse piene di ducati anche solo per brevi tragitti, e per questo Anzoleto divenne oggetto di invidia da parte degli altri gondolieri.

Una sera Anzoleto, finito il lavoro, stava per tornare a casa e aveva dato un paio di colpi di remo, aveva sistemato la gondola in un certo modo e aveva detto “Bon, desso ne porta la corente”, e s’era addormentato mentre la barca si avviava a destinazione. Mentre dormiva però altre gondole si avvicinarono alla sua e, con piccoli colpi di remo, ne deviarono la rotta fino a guidarla fuori della laguna, verso il mare aperto.

Trasportata dalle correnti, con Anzoleto sempre addormentato, la gondola navigò per tutta la notte, finché all’alba venne catturata da una nave di pirati dalmati i quali presero un remo della barca, lo appuntirono e vi impalarono lo sventurato Anzoleto.

I gondolieri invidiosi, saputa la cosa, si pentirono e da allora, a ricordo perenne della tortura subita da Anzoleto, tutti i gondolieri di Venezia remano in piedi, con un remo solo.

 

 

 

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Una lapide non da tutti

ToldYouNo, non è da tutti avere una lapide del genere! Perché questa non è una lapide, è una storia, un documento, una testimonianza, un segno dei tempi, è qualcosa che fa riflettere sulla vita e sui rapporti umani!

Mi immagino quante devono averne fatte passare al povero B.P. Roberts, morto a cinquant’anni nel 1979, quanto sarcasmo, quanti sorrisetti, quante battute ironiche, quante volte si sarà sentito dire  da parenti e amici cose del tipo: “Ma va là, che stai benone!”, “Ma dai che sei una piattola!”, “Ma smettila, alzati, che non è niente!”, insomma quanta incomprensione deve aver patito quest’uomo per far scrivere sulla propria lapide “I TOLD YOU I WAS SICK” (Ve l’avevo detto che ero malato)

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HORNFELD – La Colonna del Capriolo

In questo grosso borgo altoatesino, nel mezzo della piazza del mercato, c’era tempo addietro una alta colonna di legno sormontata da una testa impagliata di capriolo con lunghe, vistose corna.

La fama di questa colonna è dovuta al fatto che fin dalla prima metà dell’ottocento anonimi delatori incominciarono ad appendervi la notte i nomi dei mariti traditi e di chi li aveva resi tali. Com’è ovvio, la cosa era motivo di grosse liti non solo in famiglia e turbava l’armonia della città.

Alcuni dei signorotti più in vista (e tra i più citati sulla colonna) si rivolsero al Borgomastro perché mettesse fine a quello scandalo ma il Borgomastro (che era rimasto vedovo molti anni prima e che ormai per motivi d’età molto difficilmente poteva essere coinvolto nella cosa) non vide perché impedire quello che, a suo parere, era uno dei pochi divertimenti che offriva il paese. Pensò anzi di ufficializzare la cosa, istituendo la HornFest (Festa del Corno) in cui le persone coinvolte dovevano ballare in circolo attorno alla colonna del capriolo: sembra che proprio da questa festa sia nata la tipica danza tirolese in cui i ballerini si scambiano sonori ceffoni e grosse pedate nel sedere.

La tradizione della colonna del capriolo e della HornFest durò fino al 1923, quando il colonnello italiano Ermanno Princisbecco Valdimontoni, neo responsabile militare della zona, la cui carriera nel regio esercito era notoriamente dovuta più alle battaglie perdute dalla moglie che a quelle vinte da lui, scelse proprio la colonna del capriolo per tenervi il suo discorso di insediamento tra lo sbellicarsi e lo scompisciarsi dei presenti che, pure, avrebbero avuto più d’un motivo per dolersene. In seguito qualcuno si incaricò di informare il colonnello -col necessario tatto- sulle ragioni di quel comportamento e il Princisbecco Valdimontoni, dimostrando uno scarsissimo senso dell’umorismo diede ordine di bruciare la colonna sulle cui ceneri però in seguito venne posta, non si è mai saputo da chi, una grande, lunga, enorme coda di paglia.

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Lapide pre mortem

lapide pre mortemCalmi e tranquilli, non c’è problema di privacy perchè il quidam nella lapide non è ancora morto, e la foto l’ha mandata in giro lui…

Si è fatto preparare la lapide in anticipo, e ne ha approfittato per un paio di cosette: intanto sulla data (presunta) di decesso ci ha messo un bel “attendo o decido io“, tanto per chiarire le cose su chi è che comanda e poi ha fatto anche sapere a cani e porci che la moglie gli ha fatto fare una vita sessuale di m**** e che non la vuole tra i maroni neanche da morta. Mica male per uno di 83 anni, no?

E se ne vuoi sapere di più, toh, ecco l’articolo dal Mattino di Padova

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