Al Tingeltangel con Karl Valentin

Teatro dell’assurdo o follia pura? Mica sempre facile distinguere le cose, come nel caso di Karl Valentin, nato il 4 giugno del 1882, cabarettista che negli anni ’20 e ’30 in Germania cercava di far ridere -e ci riusciva, eh!- gli avventori dei locali dove si esibiva con un umorismo talmente allucinato che sembra quasi fuori posto nella patria di Kant e di Hegel, a meno che non lo si consideri il figlio bastardo e beffardo del surrealismo tedesco, cosa che probabilmente è vera.

In questo libro monologhi e dialoghi si succedono uno più fuori di testa dell’altro, di quel comico falsamente demenziale che tra le due guerre accomuna comici e scrittori italiani come Petrolini, Luciano Folgore, Campanile e d’oltralpe, come Pierre Dac, Hans Arp e compagnia briscola.

E allora tu leggi e resti un po’ imbambolato, interdetto, ti domandi dove diavolo sei capitato e alla fine ti ricordi dove sei: sei dentro un Tingeltangel, uno di quei locali dove il pubblico cercava di divertirsi anche perchè di per sè, tra la crisi, la fame, la disoccupazione e l’arrivo del baffetto più pestifero della storia, non è che avessero poi tanto da ridere.

E a leggere ti diverti anche tu, ma senti che c’è qualcosa che stride, qualcosa che rende quest’umorismo poco scorrevole… chiudi gli occhi e torni allora per un attimo a sederti nel Tingeltangel, con la tua birra e le tue sigarette e ti immagini di vedere sul palcoscenico Karl con le sue trovate e tu ridi, sì, anche gli altri attorno a te ridono, ma non ti rilassi, rimani nervoso e il buonumore ha scarsi effetti benefici. Mah! forse sarà per il fatto che ogni sera quei ceffi che non ridono mai, dalla faccia scura e dalla camicia bruna, sono ogni giorno sempre di più…


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About Remo

nella vita alle volte si è il gabbiano, altre volte la statua...
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