Il salice di Luca, di Anna Tarantello

“Il salice di Luca” è uno di quegli esempi di un libro che ho sottovalutato. Devo dire a mia discolpa che l’autrice ci ha messo del suo perché è vero che il romanzo parla di emarginati, argomento tutt’altro che leggero, ma è anche vero che il libro è scritto bene, la narrazione prende subito e poi procede fluida, senza tanti fronzoli; quindi, la lettura risulta sempre piacevole e allora lo finisci quasi senza accorgertene. Un bel romanzo, dici, e sei pronto per leggere qualcos’altro. Eppure…

Eppure, sono andato avanti giorni con una specie di rovello dentro, quando mi accingevo a scriverne la recensione, mi rendevo conto che c’era qualcosa che non mi quadrava e mi fermavo. Ho dovuto rileggerlo, cosa che mi capita raramente, per capire alla fine che c’erano più chiavi di lettura di quello che avevo pensato.

La prima chiave che mi era sfuggita era una parola: rispetto. Il rispetto che Anna Tarantello ha per i protagonisti è completamente diverso da quello che altri scrittori hanno dimostrato per lo stesso argomento. Non è facile parlare di emarginati e di vite borderline senza cadere nel pietismo o nella commiserazione, oppure, peggio, nella condanna o nel biasimo. L’autrice non giudica, non valuta, non predica e nemmeno compatisce: lei mostra, lei fa vedere le cose così come sono e lascia i giudizi a qualcun altro, se proprio si vogliono esprimere dei giudizi. E quindi rispetto, rispetto per i personaggi e le loro scelte di vita.

Il rispetto ci porta poi alla seconda chiave, che avevo sì intuito ma -appunto- sottovalutato, forse perché è quella che mi ha lasciato un gusto amaro in bocca, e qui la parola da ricordare è: persona. Gli emarginati, i senza tetto, la gente che è sulla strada per scelta o per necessità, sono dappertutto, passiamo vicino a loro ogni giorno, e però noi tante volte non è che giriamo la testa per non vederli, non li vediamo proprio, non ci facciamo più caso, li consideriamo parte del paesaggio urbano, tutt’al più sono oggetto della nostra pietà e commiserazione, e con qualche euro o dando una mano in qualche associazione ci sentiamo a posto. In ogni caso però vediamo questi come una massa anonima e indistinta. Ecco, Anna Tarantello col suo romanzo restituisce a questa gente la dignità che noi non prendiamo in considerazione, e cioè quella di essere persone. Non casi umani o sociali spesso ridotti a numeri o statistiche, ma persone, individui, ciascuno con un proprio nome, una propria identità, una propria storia.

E arriviamo alla terza chiave, alla terza parola: individui, che è diverso da persone. “Il salice di Luca” non è la storia di questo o quel personaggio, e non è nemmeno un romanzo corale dove la storia è quella di un gruppo. “Il salice di Luca” è l’insieme di più storie di singoli individui (non è un caso che i titoli dei singoli capitoli corrispondano ai nomi dei personaggi) che si incontrano, si aiutano, si affrontano, si trovano e si lasciano. Quello che l’autrice ci presenta è, secondo me, l’immagine di un dato momento in cui questi individui si incontrano e da questi incontri nascono rapporti, relazioni, certamente anche affetti e amicizie, che però a me sembrano non creare legami destinati a diventare stabili e la fine del romanzo io la interpreto come una serie di abbandoni, in cui ognuno segue una propria strada. Non c’è un lieto fine, un “e alla fine vissero tutti felici e contenti”, e probabilmente è giusto così, perché i legami anche profondi, per diventare stabili devono sempre arrivare a un compromesso, e di compromessi, nel romanzo di Anna Tarantello, non ce ne sono.

Per questo l’immagine che mi è rimasta alla fine della lettura e di tutto il mio rimuginarci sopra è quella di una ragnatela con al centro un albero, il salice, appunto, e una serie di persone che si muovono lungo i suoi fili dove si incontrano, si conoscono e si ri-conoscono ma alla fine, poi, ognuno procede per conto suo.


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nella vita alle volte si è il gabbiano, altre volte la statua...
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