POLÌFRONE: Per tutti i cani dell’Egitto, Filògrafo! Quale demone ti spinge a correre sotto questo sole con la bava alla bocca e quel rotolo di papiro sotto il braccio, quasi ti inseguisse un creditore di Corinto?
FILÒGRAFO: Oh, Polìfrone! Ho il cuore che mi batte come il flagello sull’aia! Ho udito una parola che mi ossessiona. Girovagando per l’Agorà, tra i banchi del pesce e i venditori di fichi, non si fa che parlare di “scrittori emergenti”. Dimmi, tu che hai visto nascere persino le rughe sul volto della Sfinge: che cos’è, di grazia, un “emergente”? Perché vedo cuochi emergenti che bruciano i fegati alla griglia, e sarti emergenti i cui mantelli si squarciano al primo starnuto. Ma in cosa si differenzia chi scrive da questa massa di artigiani della domenica?
POLÌFRONE: Ah, la sublime stirpe degli emergenti! Tu credi, mio giovane ingenuo, che si tratti di una nobile distinzione? La differenza è semplice: se il cuoco emergente avvelena l’ospite, il magistrato lo condanna; se il sarto emergente ti lascia nudo, il popolo ti ride dietro. Ma se lo scrittore emergente infligge alle muse un’atroce tortura di diecimila versi, non vi è legge nell’Attica che possa gettarlo nelle Latomie. Egli è libero di uccidere il tempo e l’intelletto altrui, protetto dall’impunità della sventura.
FILÒGRAFO: Ma allora, per Zeus, spiegami la prassi! Come si diventa parte di questo sacro coro? Esiste forse una commissione di sapienti che rilascia una patente di “emergente”? Bisogna versare una tassa agli arconti, o forse basta la semplice, divina intenzione di voler vergare parole sul papiro?
POLÌFRONE: Una patente? Iscriversi? Se Atene pretendesse un’iscrizione, persino gli analfabeti troverebbero il modo di falsificare la firma. No, mio caro Filògrafo. Oggi la tavoletta di cera non si nega a nessuno. Basta l’intenzione. Anzi, spesso l’intenzione è persino troppa, a fronte di una tragica scarsità di grammatica. Ti basta proclamarti tale al simposio, guardare il soffitto con aria grave e sospirare per i dolori del mondo, preferibilmente mentre qualcun altro paga il vino.
FILÒGRAFO: Eppure un dubbio mi attanaglia l’anima. Per essere definito “emergente”, è necessario aver già dato alle stampe – volevo dire, aver già affidato ai copisti – un intero libro? O si può emergere anche rimanendo nel limbo dell’opera mai scritta, fluttuando nell’etere delle pure idee?
POLÌFRONE: Tu mi chiedi se il bue debba arare per essere chiamato bue. Nel nostro secolo illuminato e ridicolo, il libro è un accessorio opzionale. Vi sono “scrittori emergenti” che non hanno mai completato tre righe di fila, ma si agitano come la coda del mulo nel lodare la loro “opera in divenire”. Costoro non emergono dal talento, ma dalla nebbia delle loro stesse chiacchiere.
FILÒGRAFO: Ma allora, Polìfrone, rispondi alla domanda delle domande, quella che mi toglie il sonno: da dove si emerge? Qual è il punto di partenza di questo moto idrodinamico? Si emerge da un mare tempestoso pieno di mostri marini, da una palude stigia profonda e melmosa, o semplicemente da una vasca da bagno dopo un lavacro troppo prolungato?
POLÌFRONE: Tu scherzi, Filògrafo, e la tua ironia morde la coda della verità. Vedi, un tempo gli uomini emergevano da un mare profondo: l’anonimato della massa, superato solo a prezzo di studi folli, notti insonni e il favore di Apollo. Ma oggi? Oggi i mezzi per scrivere si sono ingigantiti. Le botteghe rigurgitano di papiri a buon mercato, i copisti lavorano giorno e notte, e chiunque abbia due dita capaci di stringere uno stilo si sente in dovere di istruire l’umanità.
FILÒGRAFO: E questo non è un bene? La democrazia della parola!
POLÌFRONE: Questa è la democrazia della cacofonia! La palude da cui tutti costoro cercano di emergere è il gigantesco, limaccioso stagno della propria mediocrità. Tutti vogliono emergere, Filògrafo, tutti vogliono essere visti, applauditi, incoronati d’alloro nei salotti. Ma ascolta il vecchio Polìfrone: il fatto che i mezzi per scrivere siano alla portata di tutti ha creato un miraggio. Tutti vogliono scrivere, ma quasi nessuno sa più farlo. Confondono il prurito della vanità con l’ispirazione divina.
FILÒGRAFO: Dunque… mi stai dicendo che la maggior parte degli scrittori emergenti in realtà…
POLÌFRONE: …in realtà farebbe meglio a sprofondare. Rimangono a galla come i turaccioli di sughero o le carcasse di cane nel Cefiso: non perché sappiano nuotare, ma perché sono leggeri e vuoti dentro. La vera lezione, mio giovane amico, è questa: non cercare di “emergere” per il gusto di farti vedere sopra la superficie. Preoccupati prima di avere un peso, di studiare i classici, di forgiare uno stile che resista al tempo. Perché chi emerge solo per vanità, alla prima onda di vero giudizio, affoga nel ridicolo. Ora va’, e se proprio devi scrivere, assicurati di avere qualcosa da dire, e non solo la voglia di veder scritto il tuo nome sulla sabbia.
Scopri di più da Lettura, scrittura e altri misfatti
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

