FILÒGRAFO: O Polìfrone, salute a te! Ti cerco da ore. Ho preso una decisione immensa, di quelle che cambiano il corso della storia e fanno tremare le fondamenta dell’Olimpo: ho deciso di consacrare la mia esistenza alle Muse. Voglio diventare uno scrittore! Dimmi, tu che hai visto nascere e morire più filosofi che pidocchi sul mantello di un cinico, come devo incominciare?
POLÌFRONE: Scrittore, dici? Per gli dèi, Filografo, e io che pensavo venissi a chiedermi un prestito o, peggio ancora, a parlarmi della virtù dell’anima. La tua idea è decisamente più comica. Come incominciare? Semplice: prendi quel papiro, usalo per accendere il braciere e trovati un lavoro onesto. Magari il vasaio. Se si rompe un vaso, al massimo hai perso un po’ d’argilla; se si rompe un libro, rompi le scatole a tutta l’Attica.
FILÒGRAFO: Tu scherzi, vecchio mio! Ma io parlo della gloria imperitura! Dell’immortalità letteraria! Non è forse la scrittura l’arte più nobile, il mezzo con cui l’intelletto umano si eleva sopra la melma della quotidianità?
POLÌFRONE: Ah, la melma! Splendida metafora. Peccato che l’ambiente letterario odierno non sia un’elevazione dalla melma, ma una gara a chi vi si rotola dentro con più grazia. Dimmi, giovane sognatore, hai presente quante persone ad Atene, in questo preciso istante, si professano “scrittori”? Più dei peli sulla barba di Socrate. Ormai basta saper tenere in mano uno stilo senza accecarsi un occhio per sentirsi epigoni di Omero. Le piazze sono piene di falliti che leggono le proprie opere ad altri falliti, in un circolo vizioso di applausi reciproci e falsi come le monete di Corinto.
FILÒGRAFO: Ma io ho talento! Io ho cose profonde da dire, concetti che nessuno ha mai osato esprimere! Se scriverò con originalità, il pubblico mi acclamerà.
POLÌFRONE: Il pubblico? Quell’ammasso di capre che confonde una tragedia di Euripide con una rissa al mercato del pesce? Se scrivi cose profonde, Filografo, morirai di fame. Se vuoi il successo immediato, devi fare come il qui presente e mai abbastanza lodato Cherilo: scrivi un poema epico ridicolo, adula il tiranno di turno paragonando il suo naso a quello di Apollo, e vedrai che ti coprirà d’oro. Il mercato delle lettere è una trappola per topi, e il formaggio è fatto di pura ipocrisia.
FILÒGRAFO: Dunque mi stai dicendo che non c’è spazio per il merito? Che l’editoria – o meglio, i copisti e i mecenati – cerchino solo la mediocrità e il servilismo?
POLÌFRONE: Esattamente. E non abbiamo ancora toccato il piatto forte: i critici e i colleghi. Se pubblichi qualcosa di bello, diranno che hai copiato da un autore egizio sconosciuto. Se pubblichi qualcosa di brutto, ti loderanno per non avere rivali. Se vai a una lettura pubblica, troverai “amici” pronti a giurarti eterno affetto mentre, con l’altra mano, pregano gli dei dell’Oltretomba di farti cadere un fulmine sulla testa prima della pubblicazione del secondo volume. Per non parlare dei plagiari: c’è gente là fuori che ruberebbe le tue frasi prima ancora che l’inchiostro sia asciutto, spacciandole per visioni mistiche avute in sogno.
FILÒGRAFO: Ma allora, Polìfrone… mi stai dicendo che l’impresa è disperata? Che dovrei rinunciare perché il mondo è pieno di ciarlatani e di insidie?
POLÌFRONE: Ti sto dicendo la verità, ragazzo mio. Ti sto ripulendo gli occhi dal fumo della vanità. Se tu vuoi scrivere per sentirti dire “bravo” dai passanti, per vedere il tuo nome inciso su un’erma o per gonfiare la tua borsa, allora fermati. Sarai solo uno dei tanti corvi che gracchiano nel fango, pronto a sbranare gli altri corvi per un pezzo di carne putrefatta.
FILÒGRAFO: E se invece… se invece io volessi scrivere perché sento che, senza quelle parole, la mia mente esploderebbe? Se accettassi il fango, i plagiari, le critiche feroci e i banchetti dei mecenati ignoranti, solo per il gusto di aver dato forma a un barlume di verità?
POLÌFRONE: Allora, Filografo, sei un pazzo. Ma sei il tipo di pazzo che ha una possibilità. La vera lezione, vedi, non è come incominciare a scrivere. Chiunque può comprare del papiro. La vera lezione è capire se sei disposto a rimanere uno scrittore anche quando il mondo ti griderà che non vali nulla, o – peggio ancora – quando ti dirà che sei un dio solo per compiacerti. L’arte è difficile non perché manchino le parole, ma perché mancano gli uomini capaci di difenderle dalla propria stessa vanità.
FILÒGRAFO: Quindi… mi consigli di iniziare?
POLÌFRONE: Inizia, inizia pure. Ma scrivi la prima riga pensando che io stia per leggerti alle spalle, pronto a prenderti a bastonate alla prima metafora banale. E ora muoviti, che mi hai fatto venire sete. Se diventerai famoso, mi pagherai il vino; se fallirai, ti consolerò dicendoti “te l’avevo detto”. In entrambi i casi, io ci guadagno.
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